scritto da Gennaro Pierri - 04 Febbraio 2026 08:29

Maturità: l’esame non fa paura. Fa paura quello che ci chiede di diventare

Forse dovremmo dirlo chiaramente ai ragazzi: non state tremando davanti a un esame. State tremando davanti all’idea di futuro che vi abbiamo costruito intorno

Le materie della maturità sono uscite. Come ogni anno, la rete si è accesa: lamenti, ironie feroci, previsioni apocalittiche. “È impossibile”, “è ingiusto”, “questa non me l’aspettavo”. Il rito si ripete, puntuale. Ma forse stiamo guardando il dito e non la luna. Perché la maturità, oggi, non spaventa per quello che chiede di sapere: spaventa per quello che chiede di essere.

Ufficialmente è un esame. Una prova finale, qualche scritto, un orale, un voto. In realtà è uno specchio. E non sempre quello cui esso rimanda è rassicurante. La maturità arriva in un tempo in cui ai ragazzi viene chiesto tutto e il contrario di tutto: essere performanti ma autentici, competitivi ma empatici, sicuri ma flessibili, pronti a scegliere “chi saranno” quando spesso non hanno ancora avuto il tempo di capire chi sono. Altro che tracce e programmi.

I commenti online lo dicono senza dirlo: non è solo l’ansia di sbagliare una versione o un problema di matematica. È la paura di non essere all’altezza di un mondo che corre, giudica, archivia. La maturità diventa così il primo vero checkpoint pubblico della vita: ti guardano, ti valutano, ti assegnano un numero. E tu, nel frattempo, cerchi di tenere insieme aspettative familiari, social, personali, mentre fai finta che “tanto è solo un esame”.

Ma non è solo un esame perché non arriva in un vuoto. Arriva dopo anni di scuola spesso vissuta come addestramento, più che come scoperta. Arriva in una società che promette infinite possibilità ma offre pochissime certezze. Arriva in un tempo in cui fallire sembra un marchio, non un passaggio. E allora la vera domanda non è: “sarà difficile?”. La vera domanda è: che idea di maturità stiamo consegnando?

Se maturità significa solo resistere allo stress, sopravvivere alla prova e uscirne indenni, allora stiamo allenando alla difesa, non alla vita. Se invece fosse l’occasione per misurare non solo ciò che si sa, ma il modo in cui si pensa, si collega, si prende parola, allora cambierebbe tutto. Perché maturare non è sapere tutto. È iniziare a capire cosa conta.

Forse dovremmo dirlo chiaramente ai ragazzi: non state tremando davanti a un esame. State tremando davanti all’idea di futuro che vi abbiamo costruito intorno. E allora la provocazione finale è questa: e se la maturità non fosse il momento in cui si dimostra di essere pronti, ma quello in cui si ammette, finalmente, di non esserlo del tutto? Sarebbe uno scandalo o, paradossalmente, un vero segno di maturità?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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