scritto da Filippo Falvella - 10 Aprile 2026 07:37

L’apatia degli astanti nella violenza di genere: un fenomeno di tutti e nessuno

Posso affermare con certezza, o almeno presunta certezza, che la maggior parte delle persone ha assistito almeno una volta a questo fenomeno, magari in prima persona. Ed è curioso ragionare a come, ancora nel contesto di una folla, stavolta nel caso di una aggressione perpetuata dalla folla stessa, la diffusione di responsabilità ha un esito ben diverso nell'utilizzo della violenza: se ognuno è responsabile allora nessuno lo è davvero

In filosofia il concetto di violenza non è meramente relegato alla sua componente sociale, e dunque alle cause ricavabili da un dato quadro comunitario e le conseguenze che essa apporta allo stesso, bensì questa viene analizzata nella sua corrispondenza ad un modo di essere ed esistere nella natura umana: la violenza diventa così un costituente della nostra natura, che plasma e modella il nostro linguaggio, la nostra identità e il nostro modo di definire una società. Il momento storico in cui viviamo è inequivocabilmente un momento violento, e ciò non è confinato esclusivamente alla maggiore diffusione che hanno le notizie, da quelle che occupano i titoli dei giornali a quelle che si trattengono in una dimensione social. Il nostro è un momento storico violento poiché, nonostante i progressi e le conquiste di natura etico-politca continuiamo ad essere violenti. Certo, in passato la violenza era una pratica naturale quanto lavarsi i denti di prima mattina, ma con una sostanziale differenza: era un mondo normativamente ed eticamente parlando opposto al nostro. Basti pensare come Aristotele, una delle menti più brillanti della sua, e forse di tutte le epoche, definiva le donne come “uomini mancati” relegati alla riproduzione e alla sfera domestica. Tra le più antiche forme di violenza e odio risiede, come suggerito da Aristotele, la violenza di genere, che in questa sede sarà trattata attraverso il fenomeno della “apatia degli astanti”, di cui discuteremo a brevissimo.

L’apatia degli astanti

L’apatia degli astanti, o “bystander effect”, è un fenomeno psicologico definito per la prima volta dai due psicologi statunitensi John Darley e Bibb Latané, a seguito del femminicidio di Kitty Genovese, risalente al 1963. Kitty era stata aggredita a più riprese, in un breve arco temporale, da un aggressore che la accoltellò e uccise. Nessuno dei presenti intervenne in soccorso della donna, né gli storici vicini di casa della giovane italoamericana né i passanti, nonostante le strazianti urla della donna. Può sembrare folle che di fronte ad una scena del genere nessuno, anche nella forza del gruppo, circa 40 testimoni, abbia trovato il coraggio, anche se avrebbe più senso parlare di dovere morale, di intervenire o quantomeno chiamare aiuto. Darley e Latané, studiando la triste vicenda 4 anni dopo, individuarono la causa di quella terribile indifferenza analizzando parallelamente due teorie: quella dell’ignoranza collettiva e quella della diffusione di responsabilità. La prima si basa sull’idea che le persone presumano che non ci sia una reale condizione di ingiustizia o pericolo solo perché altre persone presenti non dimostrino, almeno apparentemente, di percepire niente di particolarmente sconvolgente, mentre la seconda teoria tratta di una sostanziale diminuzione del senso di responsabilità avvertito da ogni persona, nella sua individualità, alla presenza di altri potenziali soccorritori. Attraverso queste due attitudini relative alla psicologia sociale le possibilità che un gruppo di persone intervenga di fronte ad una ingiustizia si riducono considerevolmente, dando vita al fenomeno del bystander effect.

Attori e testimoni d’una violenza comune

Posso affermare con certezza, o almeno presunta certezza, che la maggior parte delle persone ha assistito almeno una volta a questo fenomeno, magari in prima persona. Ed è curioso ragionare a come, ancora nel contesto di una folla, stavolta nel caso di una aggressione perpetuata dalla folla stessa, la diffusione di responsabilità ha un esito ben diverso nell’utilizzo della violenza: se ognuno è responsabile allora nessuno lo è davvero. Ed è proprio questo senso di responsabilità ad essere una delle tossine che continua ad avvelenare una società in piena crisi areteica. La violenza di genere, anche se statisticamente parlando ha più senso parlare di misoginia, è radicata intrinsecamente nella nostra società, dagli strati più profondi a quelli più superficiali. Questa ovviamente non è una scoperta recente, e non di certo non si è tentato negli anni di prendere provvedimenti in tal senso. Leggi, forme di tutela, linee telefoniche, eppure il problema resta più evidente che mai, e, nello specifico del nostro paese, in Italia almeno una donna su tre ha subito violenza. Eppure le coscienze non si smuovono, non davvero almeno. E anche quando è stato chiesto agli uomini di scusarsi, in un non troppo distante fenomeno mediatico, quelle scuse erano sofferte, di troppo. A scusarsi d’altro canto è chi ha la colpa, non chi si professa innocente. Eppure la violenza siamo soliti esercitarla costantemente, sia che questa sia un commento, che per assurdo sia un silenzio. Il punto è proprio questo: non ci sentiamo responsabili, perché mai dovremmo scusarci? Ragioniamo sulla violenza solo se questa è esercitata nel modo più drastico, là dove non è possibile tornare indietro, senza tener conto in prima persona, in senso analitico, quante volte noi stessi siamo stati i promotori di quella violenza, seppure in forma più lieve. Ma la violenza è violenza, è violenza quando si parla di omicidio ed è violenza quando si parla di indifferenza. E allora più che testimoni dovremmo essere attori, con il coraggio di assumere una colpa che o, per comodità non ci interessa affrontare o, per vergogna, non vogliamo dichiarare. La stratificazione della responsabilità è un fenomeno da rovesciare, non nei termini in cui questa non è motore sufficiente ad agire, ma nell’esatto opposto: agire, agire in forma proattiva perché responsabili, sempre, alle volte anche inconsciamente.

 

 

Ho 24 anni e studio filosofia all'Università degli studi di Salerno. Cerco, nello scrivere, di trasmettere quella passione per la filosofia ed il ragionamento, offrendo quand'è possibile, e nel limite dei miei mezzi, un punto di vista che vada oltre quel modo asettico e alle volte superficiale con cui siamo sempre più orientati ad affrontare le notizie

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