La scrittura: breviario per le persone in cerca di se stesse e del mondo ideale
Ma a questo punto, usando una parafrasi gramsciana sull’indifferenza, vorrei sollevare un interrogativo: perché ciò che facciamo, nel nostro caso leggiamo, deve essere utile al nostro individuale benessere immediato e non una forma di riflessione?
Pensare alla scrittura oggi sta assumendo sempre più apici tersi. Con i social la scrittura è divenuta un modo di attaccare gli altri o sentirsi parte di una community ma poco la scrittura, ormai, ha a che fare con una comprensione reale del mondo e di se stessi.
La scrittura parte tuttavia dalla lettura assidua e costante che ci possa aprire la mente a nuove opzioni, nuovi mondi e nuove ideologie. Chi legge tanto assume altresì un atteggiamento che è per sua natura concreto e metodico, per trovare in sé delle soluzioni non solo alle problematiche che si presentano nel quotidiano, ma anche soluzioni ai problemi collettivi caratterizzanti la società odierna e ci permetta di trovare soluzioni per il futuro. Ben diverso è il ruolo di chi scrive e del messaggio che vuole mediare, ma questo lo analizzeremo tra poco.
Bisogna prima di tutto fare una distinzione tra fiction e non fiction. La fiction si riferisce a elementi di finzione o ispirati alla realtà sotto forma di romanzo. La non fiction sarebbe la saggistica, trattati più o meno brevi su fatti realmente accaduti. Quello che distingue i due è il veicolare un’atmosfera nel caso dei primi o spiegare, basandosi su fonti attendibili, eventi accaduti nel lontano o vicino passato. Queste due forme di avvicinamento alla realtà, permette a chi scrive di sospendere il giudizio, nel caso del romanzo e approfondire in modo dettagliato un argomento per noi interessante, nel caso della saggistica. E su questo siamo tutti in accordo.
Vorrei concentrarmi però sui romanzi e sul loro potenziale, e oltre al romanzo anche sul diario personale e come queste forme di scrittura siano in realtà, secondo la mia modesta opinione, di tipo formativo, addirittura baluardo di un uomo nuovo, di una realtà nuova, per quanto più o meno datati.
C’è un principio alla base di queste due forme di scrittura: la leva che porta avanti i personaggi o, nel caso del diario, della persona che scrive. Questo principio geniale è ciò in cui su rivede il lettore, simpatizzando o provando repulsione nei confronti di alcuni personaggi o di alcuni loro tratti. Certo, il diario non sarebbe una lettura semplice per che non è un lettore forte ma l’esperienza diretta sui fatti assume di conseguenza una reale controversione cardiaca: il ritmo della nostra anima rallenta, il respiro si fa dolce, i movimenti del nostro corpo sono sinuosi durante tutto il periodo della lettura, e sembra essere così anche nel romanzo. Così come probabilmente è leggere una sceneggiatura piuttosto che vederla proiettata al cinema con personaggi che guarda caso non rispecchiano sempre l’immagine e l’ideale che ci siamo creati durante la lettura. Così per iniziare a vivere abbiamo bisogno di un’operazione chirurgica sulle emozioni, sul carattere di chi diventa il più detestabile o il più ammirevole dei personaggi. In alcuni casi a fare da introduzione ai personaggi è l’ambientazione, e così si può intuire che natura e uomo sono strettamente connessi tanto da influenzarsi vicendevolmente. Quante volte abbiamo pensato di vivere intensamente un fenomeno atmosferico, ad esempio?
Ma a questo punto, usando una parafrasi gramsciana sull’indifferenza, vorrei sollevare un interrogativo: perché ciò che facciamo, nel nostro caso leggiamo, deve essere utile al nostro individuale benessere immediato e non una forma di riflessione? Perché quando critichiamo un libro siamo tanto presi dalla forma e non dall’universo emotivo che può e deve farci riflettere su un nuovo modo di vedere la realtà?
Da guaribile romantica quale sono, detesto dire che leggere non serva a nulla ma ormai anche la scrittura è divenuta uno sfogo infinito verso i nostri complessi e le nostre velleità.
Invito prima di tutto i lettori a diventare lettori onnivori e lasciarsi trasportare dalla moltitudine che è sempre arricchimento e gli scrittori a posare lo sguardo sul loro ideale di vita e cercare di essere quanto più aderenti ai loro valori, quindi non accattivare ma trasformare.







