Domenica: il giorno che eravamo e quello che siamo diventati
Forse è tempo di chiederci non come riempire la domenica, ma come svuotarla di ciò che distrae per ritrovare ciò che conta: relazioni autentiche, ritmo umano, presenza a se stessi e agli altri
Quando pensi alla domenica, che immagine ti si forma nella mente? La tavola imbandita con i nonni, la passeggiata lenta tra le strade del quartiere, o lo scroll infinito di app mentre il tempo sembra… scivolare via? La risposta potrebbe dirci molto su come la nostra società, e noi stessi, abbiamo riscritto il significato del tempo sacro più discusso dell’anno settimanale.
La parola domenica viene dal latino dies Dominicus, “giorno del Signore”, ed è da sempre legata alla resurrezione di Gesù e alla pausa dal lavoro quotidiano che si rifà al riposo di Dio dopo la creazione. Nel corso dei secoli, per gran parte della storia occidentale, domenica significava incontro – prima con il divino, poi con la famiglia, la comunità, il riposo. Era un tempo collettivo, una pausa dove il ritmo della vita non era scandito solo dalle esigenze individuali, ma da un senso condiviso di sospensione quotidiana.
Eppure, oggi la “pausa” è diventata un caleidoscopio: weekend, tempo libero, sabato + domenica indistinti, flessibili, consumabili. Secondo sociologi e ricerche sull’uso del tempo, l’estensione delle aperture commerciali e la flessibilizzazione degli orari rischiano di cancellare la specificità della domenica come momento sociale riconosciuto da tutti. In altre parole: se ogni giorno può essere un giorno libero, nessuno è più davvero libero.
Per molte persone, e in particolare per i giovani, la domenica è spesso sinonimo di “tempo vuoto”: non ci sono compiti, è vero, ma non c’è nemmeno un progetto, un orizzonte. In questa dissoluzione del tempo collettivo, la domenica può diventare occasione di noia, isolamento oppure – al contrario – di iper-attività frenetica. Ma è proprio qui che emerge una domanda provocatoria: abbiamo davvero guadagnato libertà oppure l’abbiamo semplicemente riempita di distrazioni?
Nel secolo scorso, con le lotte sindacali e le conquiste sul lavoro, la domenica divenne simbolo di riposo e legame sociale, una pausa dignitosa dopo una settimana fitta di fatica. Oggi, invece, il tempo libero si confonde sempre più con il tempo di consumo: si lavora (anche mentalmente) guardando video o messaggi, si “libera” il sabato e la domenica per fare esperienze che spesso non sono radicalmente diverse dal resto della settimana. Il risultato? Siamo tutti disponibili sette giorni su sette, ma quasi presenti mai.
Forse è tempo di chiederci non come riempire la domenica, ma come svuotarla di ciò che distrae per ritrovare ciò che conta: relazioni autentiche, ritmo umano, presenza a se stessi e agli altri. Non come nostalgici del passato, ma come esploratori del futuro del nostro tempo.
E allora, ripensiamo insieme: se la domenica non fosse più il giorno che facciamo libero, ma quello che finalmente ci libera, cosa accadrebbe alla nostra vita?







