Caro papà, adesso che non ci sei più
È strano accorgersi di quanto un padre resti, proprio quando non c’è più. Non nella foto sul comodino, non nei ricordi delle vacanze o delle domeniche. Resta nei gesti. Nei silenzi che adesso capisco. In certe frasi che mi escono di bocca e che, senza volerlo, sono le tue
Scrivo questo articolo pensando a mio padre che insieme a tanti alti papà ci guardano dalla finestra del cielo; penso a un alunno e un’alunna che ieri mi hanno chiesto che “razza di festa è quella di oggi” visto che il loro papà è morto… e mi rendo conto come ci siano sono parole che arrivano sempre in ritardo e queste è una di quelle….
Caro papà, la verità è che non so bene da dove cominciare. Forse da tutte le cose che non ti ho detto quando potevo. O forse da quelle che credevo non servissero, perché tanto “ci sei sempre stato”.
È strano accorgersi di quanto un padre resti, proprio quando non c’è più. Non nella foto sul comodino, non nei ricordi delle vacanze o delle domeniche. Resta nei gesti. Nei silenzi che adesso capisco. In certe frasi che mi escono di bocca e che, senza volerlo, sono le tue.
Da vivo, eri una presenza quasi scontata. Come una porta: la attraversi mille volte senza pensarci. Poi un giorno quella porta non si apre più. E allora inizi a ricordare ogni dettaglio: il rumore, la fatica, persino le volte in cui ti sembrava troppo pesante da spingere.
Sai, per anni ho pensato che essere figlio fosse una cosa passiva. Ricevere, aspettare, a volte contestare. Solo adesso capisco che era un dialogo, anche quando non parlavamo davvero. Anche quando sbagliavi. Anche quando sbagliavo io.
Ti ho giudicato, qualche volta. Ti ho trovato distante, altre. Ma non avevo ancora capito una cosa semplice: che stavi facendo del tuo meglio con quello che avevi. E che forse nessuno ti aveva insegnato davvero come si fa il padre. Adesso certe tue fatiche mi sono più chiare. Non perché le giustifico tutte. Ma perché le vedo da dentro, non più da fuori.
Se potessi dirti una cosa oggi, non sarebbe “mi manchi”. Sarebbe troppo poco, troppo facile. Ti direi: adesso ho capito che mi stavi insegnando a stare al mondo anche quando non sembrava. Anche quando non eri perfetto. Soprattutto allora. E forse è questo che resta davvero di un padre: non quello che ha detto, ma quello che, senza accorgersene, ha lasciato dentro. Se esiste ancora un modo per parlarsi, in qualche forma che non so spiegare, allora questa è la mia risposta in ritardo. Non perfetta, come non lo eravamo noi. Ma vera. Ciao papà.
…forse la festa del papà, per qualcuno, non è più una ricorrenza. È una ferita che però, se attraversata, diventa una domanda: quanto di chi non c’è più continua a vivere in quello che siamo?







