scritto da Rosa Montoro - 31 Dicembre 2025 07:01

LIBRI & LIBRI Muta

C’è nell’arte di Elvira Notari l'esigenza di cucinare bene un piatto per soddisfare chi lo consuma. In altre parole, per questa donna, e per molte altre, nutrire l'anima e il corpo non è molto diverso

Qualche giorno fa sono andata alla presentazione di un libro di Giuseppa Vittorini su Elvira Notari. L’invito di un’amica stimata, Angela Senatore, che tenacemente prova a sensibilizzare tutte noi sulla lettura di bei testi.

Elvira Notari è un nome che continuamente ho sentito ripetere dalla mia colta suocera cavese, ma allora ero distratta dalle mie “piccerelle” (rubo il termine da uno dei pochi film della regista che si è salvato), ritornava, come il ritornello di una bella canzone, tra una narrazione e l’altra sulle donne importanti vissute a Cava de’ Tirreni. Eppure Elvira Notari è rimasta un nome per molti anni, non sono riuscita a procurarmi nemmeno il libro della mia cara amica Patrizia Reso “tracce metelliane di una pioniera del cinema”. E ora questo piccolo libro, letto tutto di un fiato, mi ha dato molti spunti che mi piacerebbe approfondire.

È un libro che consiglio alle donne cavese che amano coltivare le loro radici forti, che scavano nelle loro origini, cercando tracce femminili un po’ più lontane dal bum, bum dei trombonieri o delle pergamene che celebrano battaglie e guerre maschili. Senza voler offendere il simbolo di Cava de’ Tirreni che sento risuonare da trent’anni sotto i portici, sulle tracce del libro, vorrei fare qualche riflessione sul femminile.

L’autrice scrive questo libro durante la pandemia, profilando una sceneggiatura per fare un film sulla regista. La prima regista italiana è campana, nata e morta a Cava de’ Tirreni, ha lavora e prodotto film nella Napoli venti e trenta del secolo scorso. Ma anche l’autrice di questo libro, MUTA – De Nigris Editori s.r.l. ottobre 2025, ha un percorso che mi colpisce. Il quarto di copertina ci dice che Giuseppa Vittorini “Nasce a Napoli e vive diciotto anni a Londra, dove si è laureata nel 2005 con un master in filmmaKing presso la London film school“, lavora con le migliori case cinematografiche, insomma ha un curriculum importante ma…

Questo “ma” l’ha esposto lei stessa durante la presentazione, dicendoci che oggi più che mai si fa rappresentazione sull’uguaglianza, ma nessuno ha intenzione di valorizzare la diversità. Così le donne sono una di quelle diversità appiattite sul fondo di una visione che valorizza un solo modello riconosciuto come medio stat virtus o come si usa dire adesso il politicamente corretto.

Insomma un modello di maschio medio, facilmente collocabile sul mercato cinematografico. È solo un sipario, dietro di lui brulica una diversità che è immensa, variegata e piena di vita, lo sapeva Elvira Notari e non si faceva ingannare dai dettami divini e maschili, aveva imparato ad aggirare la formula e a trovare la sua espressione. Quell’espressione che le ha permesso di essere se stessa nonostante il gioco di luci e ombre, nel bianco e nero trova la sua poesia.

Mi sono convinta che andare oltre i limiti per potersi esprimere non è solo una questione di strumenti disponibili. È soprattutto una capacità di adattamento. Nessun essere vivente, uomo o donna, dalle caverne in poi, ha mai avuto tutto quello che le serviva per esprimere le sue capacità. Ci è riuscito chi ha avuto la tenacia di guardare realisticamente le risorse e le potenzialità dei suoi progetti e senza farsi frenare dalla visione politicamente corretto che non osa e non offende, non contraddice il potere. Le donne, come Elvira Notari, lo sapevano bene. Hanno dovuto lottare e nascondersi spesso dietro quel sipario brulicante, che, nel caso di Elvira, aveva il nome del marito. Le donne come lei non hanno avuto il timore d’incrociare tutte le risorse e gli strumenti che la loro vita di donne gli aveva messo a disposizione. Ecco perché mi chiedo se nell’opera della Notari non ci sia l’arte del cucire insieme che gli veniva dall’essere anche sarta e dal saper mettere insieme pezzi di stoffa, tirandone fuori una forma, come sottolinea anche la scrittrice Giuseppa Vittorini.

Il suo approccio al cinema non sembra essere quello di un artigiana in cerca di una propria espressione, ma quello di un artigiana, di una sarta, che confeziona manufatti su misura per i suoi clienti”. ( MUTA – De Nigris Editori s.r.l. ottobre 2025 – p. 32)

C’è nell’arte di Elvira Notari l’esigenza di cucinare bene un piatto per soddisfare chi lo consuma. In altre parole, per questa donna, e per molte altre, nutrire l’anima e il corpo non è molto diverso.

Attraverso questo libro ho scoperto una cosa che non sapevo: il rifiuto di Matilde Serao, che riteneva di basso livello i prodotti della Dora Film (la casa cinematografica dell’azienda Notari).

Il motivo è semplice lei “…con l’audace racconta di perversità segrete dell’animo femminile prende le parti dei deboli, senza esitazione scosta le quinte Borghesi per mostrare al mondo la fame la miss e la miseria della retro palco di una Napoli in ginocchio”. (op.cit. p. 39)

Invece, da brava borghese, Matilde emula gli uomini, pensando di far dimenticare la sua origine femminile, ma è una dannazione che Elvira Notari non si vive. Forse non aveva maturato il nostro livello di consapevolezza, ma sicuramente la prima regista si realizzò nella sua arte, senza scimmiottare nessun maschio. Persegui il suo obiettivo come un’artigiana, cioè vedere la sua opera compiuta.

Mentre scrivo di questo libro, Cava dei tirreni è immersa in un silenzio di dolore, è muta. Ancora un femminicidio. Il lutto cittadino è passato come un evidenziatore su questi giorni di festa, lasciandoci muti. Le minuzie della cronaca morbosa non cancellano il pericolo che sta maturando nei nostri cuori. Tutti sanno che il fuoco è pericoloso, ma non tutti si sono scottati. È questo il senso della condivisione, riflettersi nel dolore di un altro, senza parole, come le immagini mute di Elvira Notari spiegano il dramma, ci tengono in allerta, ci insegnano a riconoscere il pericolo e, soprattutto, ad essere solidale tra donne.

Non sono chiari i motivi che giustificano l’astio della Serao, se non una sua disapprovazione al genere notariano, nonché una dichiarata critica verso alcune libertà femminili. Nonostante lei stessa fosse un esempio di emancipazione, sembra far parte di quel tipo di donna più incline a emulare gli uomini che a promuovere una affrancamento del femminile”. (op.cit. p. 31)

Rosa Montoro è nata a Sarno e vive a Cava de’ Tirreni, laureata in Sociologia lavora in un ente pubblico, è sposata e ha due figlie. Ha ricevuto vari premi per la poesia, nel 2017 ha pubblicato "La voce di mia madre", una raccolta di poesie inserita nel catalogo online “Il mio libro” – Gruppo editoriale Espresso. Per la narrativa è stata premiata nel 1997 per il racconto "Il cielo di Luigino" pubblicato nel testo collettaneo “Nuovi narratori campani” dell’editore Guida di Napoli. Lo stesso editore ha pubblicato nel 2000 il romanzo breve "Il silenzio della terra" premiato nel 2001 al Concorso Europeo di narrativa “Storie di Donne” FENAL circoli europei liberi, secondo premio. Infine, "Il Circolo degli illusi", edito da Oedipus - 2018.

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