scritto da Redazione Ulisseonline - 26 Febbraio 2026 16:24

“Governare il territorio, non subirlo”. La visione di Silvana Di Giuseppe tra geologia, pianificazione e responsabilità pubblica

La geologa cavese Silvana Di Giuseppe, oggi nel Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio, riflette sul ruolo dei parchi, sulla differenza tra pianificazione territoriale e urbanistica, sui limiti dei vincoli rigidi e sulle criticità idrogeologiche di Cava de’ Tirreni. Un invito ai futuri amministratori: mettere ordine nelle informazioni, scegliere i siti giusti per i progetti e considerare il territorio come un sistema complesso da governare con visione

La dottoressa Silvana Di Giuseppe, cavese doc, è geologo specializzato in rischio ambientale e pianificazione territoriale, laureata all’Università Federico II di Napoli con master conseguito al Politecnico di Torino. Ha collaborato a lungo con l’Ordine dei Geologi della Campania, in diverse commissioni di studio e per la formazione professionale. Ha coordinato, come capogruppo, la redazione degli elaborati geologici del Piano Urbanistico Comunale di Cava de’ Tirreni. Ha ricoperto incarichi tecnici e istituzionali in diversi enti, tra cui il Parco regionale del bacino idrografico del fiume Sarno, il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Geologi e l’Autorità d’Ambito Sele 4. Oggi siede nel Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio, nominata dal Ministero dell’Ambiente in rappresentanza della Società Italiana di Geologia Ambientale. Autrice di articoli e del volume La risorsa idrica potabile, svolge attualmente attività di consulenza per Ausino S.p.A., occupandosi del Piano di Sicurezza delle Acque e della definizione delle aree di salvaguardia delle risorse idriche destinate al consumo potabile.

 

 

Vincoli e limiti: “La tutela non può essere solo divieto”

Vincoli rigidi, se non inseriti in una strategia complessiva, generano soluzioni parziali e inefficaci

Iniziamo questa intervista partendo dal suo ultimo incarico e le chiediamo quali sono le principali competenze del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, nel quale lei è stata nominata?

Il Consiglio Direttivo ha soprattutto funzioni di indirizzo programmatico: definisce gli obiettivi generali dell’Ente, delinea le attività da svolgere e ha competenze specifiche sullo Statuto. Elegge il vicepresidente, approva i bilanci, i regolamenti interni e le eventuali proposte di revisione della pianta organica. È quindi l’organo che orienta e coordina la vita amministrativa e strategica del Parco.

 

Guardando alla sua lunga esperienza professionale, qual è l’elemento che considera davvero fondamentale?

Nel mio percorso, che ha visto esperienze molto diverse, ho sempre ritenuto centrale la pianificazione territoriale: delle risorse, dell’ambiente, del territorio nel suo complesso. È un concetto spesso frainteso, soprattutto a livello comunale, dove si tende a confondere la pianificazione territoriale con quella urbanistica.

 

 

 

“La pianificazione territoriale non è urbanistica, perché serve una visione più ampia”

 

In che cosa differiscono pianificazione territoriale e pianificazione urbanistica?

La pianificazione urbanistica riguarda essenzialmente la destinazione d’uso delle aree e le modalità con cui tali destinazioni vengono attuate, attraverso norme e regolamenti locali. La pianificazione territoriale, invece, è molto più ampia: parte dall’assetto geologico, passa per gli aspetti floro-faunistici, paesaggistici, culturali e anche archeologici. Non si limita a descrivere questi elementi, ma ne studia le interconnessioni e l’evoluzione, con un duplice obiettivo: protezione e salvaguardia, ma anche sviluppo antropico coerente e sostenibile.

 

Perché ritiene che l’approccio tradizionale alla tutela del territorio sia stato spesso insufficiente?

Quando c’è una logica che abbraccia vincoli rigidi, la risposta è nell’inosservanza delle regole. Un vincolo può impedire un intervento puntuale ma, non risolve necessariamente il problema alla scala più ampia del territorio.

 

Può fare un esempio concreto di questo limite?

Pensiamo a un’area classificata a rischio di alluvionamento. Le norme vietano costruzioni, ma consentono di ridurre il rischio se si dimostra, con studi specifici, che il sito può essere difeso. In questo modo si risolve solo un problema puntuale: ciò che funziona per un sito, una proprietà può non funzionare a monte o a valle di essa. Se invece si adotta una visione complessiva, che segue l’evoluzione geomorfologica, naturale, si possono progettare interventi di mitigazione coordinati, che garantiscano una risposta coerente dell’intero sistema territoriale.

 

Quali rischi comporta un approccio frammentato della gestione del rischio?

Il pericolo è creare soluzioni che non dialogano tra loro. Se un proprietario costruisce un muro di contenimento e il vicino usa tecniche di ingegneria naturalistica, si generano risposte diverse alla stessa sollecitazione. Questo può creare nuove fragilità invece di risolvere quelle esistenti. Il muro ha principalmente azione di contrasto, opposizione, mentre tecniche diverse, come ad esempio dicevo, l’ingegneria naturalistica, hanno una funzione di assecondare i movimenti in maniera flessibile e decisamente non rigida. È evidente quindi che il risultato vedrà una parte che si oppone ed una che asseconda, ergo nuove fragilità.

 

Qual è, secondo lei, la funzione essenziale dei parchi nazionali?

La legge quadro 394/1986 assegna ai parchi la missione di preservare e proteggere aree di particolare pregio naturalistico, affinché restino testimonianza per le generazioni future. È una visione tipicamente europea, centrata sulla conservazione.

 

Parchi nazionali tra protezione, educazione e fruizione: “L’equilibrio che fa funzionare un’area protetta”

Esistono modelli diversi di parco nel mondo?

Sì, e sono molto interessanti. Negli Stati Uniti prevale la funzione educativa: parchi come Yellowstone sono vere e proprie “scuole di naturalità”, dove il pubblico vive un’esperienza formativa immersiva.
In Africa, invece, domina la filosofia della wilderness: natura selvaggia, dove la straordinaria ricchezza faunistica è conservata come patrimonio per il futuro.

 

Qual è allora la sintesi ideale delle funzioni di un parco?

Un parco funziona davvero quando riesce a integrare tre dimensioni:

  • protezione,
  • educazione,
  • fruizione.

Protezione senza fruizione fine a sé stessa; fruizione senza educazione è perdita di identità; educazione senza protezione non garantisce il futuro. L’equilibrio tra questi tre elementi è la chiave del successo di un’area protetta.

 

Rischio idrogeologico a Cava: “Conosciamo il territorio, ora va governato”

 

Circoscrivendo la problematica alla nostra città, approfittiamo per chiederle qual è la situazione circa il rischio idrogeologico nel territorio metelliano?

La nostra città presenta alcune aree con evidenti criticità, localizzate nella parte pedemontana, in cui sostanzialmente l’elemento di pericolosità è legato alla potenzialità di eventi franosi di tipo colata. Questo per effetto di una copertura detritico-piroclastica, formata cioè da detriti frammisti con i prodotti delle eruzioni vesuviane. Queste litologie per effetto della saturazione, tendono a scivolare sulle sottostanti rocce carbonatiche, generando frane, Ovviamente maggiore è lo spessore e la pendenza, maggiore può immaginarsi l’area di invasione della colata. Questa chiaramente è una semplificazione estrema. Tuttavia c’è anche da dire che il territorio cavese è abbastanza noto per cui io intravedo soprattutto la necessità di mettere a sistema e “governare” le informazioni esistenti.

Ma ci tengo anche a dire che l’esistenza di aree pericolose significa che si possono verificare eventi, ma il rischio legato, dipende dall’urbanizzazione. Per chiarire forse meglio, un terremoto di elevata magnitudo in un’area desertica è un evento pericoloso per le caratteristiche dell’evento, ma comporta un rischio basso perché non c’è compromissione di vite, beni e simili.

 

Ai futuri amministratori: “Non adattare il territorio ai progetti, ma i progetti al territorio”

 

Ne consegue, un’altra domanda. Ai prossimi amministratori comunali della nostra città cosa si sente di dire? In conclusione, ha delle raccomandazioni da fare, dei suggerimenti da fornire, delle indicazioni da dare per far sì che il nostro territorio comunale sia reso più sicuro da un punto di vista del rischio idrogeologico?

Mi sentirei di chiarire ai futuri amministratori che il problema del territorio non sono quelli legati alla mezza carreggiata stradale che frana, perché nella stragrande maggioranza dei casi sono “difetti” costruttivi tipo la mancanza di regimentazione delle acque, la mancata pulizia delle caditoie e via di seguito, che nel tempo evidenziano la loro incessante azione. “La sicurezza” come dice Lei del territorio non esiste, perché dovremmo accettare di non interagire in alcun modo con l’ambiente che ci circonda, e ciò è più che evidente nella sua impossibilità. Allora l’approccio deve cominciare ad essere diverso, non progettare e poi adattare il sito ma, cercare un sito adatto al progetto. Questa in definitiva è la differenza tra pianificazione urbanistica e pianificazione territoriale. È ora di avviare il virtuoso circolo della famosa economia circolare che nella comune accezione è qualcosa che riguarda il recupero, il riciclo, il senza spreco e soprattutto il denaro.

Ecco, esorto a riflettere sull’origine della parola eco-nomia ( οϊϏοσ e νομοσ oicos e nomos)e cioè gestione della casa, insieme delle norme e regole per la gestione del focolare domestico.

Quindi in soldoni c’è la necessità di mettere ordine tra i beni di cui disponiamo e darci regole per la loro gestione. Per fare questo ci sono infiniti modi ma, la politica dovrebbe avere ben chiaro cosa vuole fare dei gioielli di famiglia.

 

La passione per la geologia: “Nel passato ci sono le soluzioni per il futuro”

 

Una domanda finale che è una curiosità. Le chiedo ma come è nata in lei l’interesse e la passione per la geologia, una materia che immaginiamo tanto affascinante quanto ostica e complicata, ma forse anche se erroneamente all’apparenza lontana dal vissuto quotidiano?

Ha perfettamente ragione, erroneamente lontana dalla quotidianità ed estremamente affascinante. Infatti il percorso universitario è stato difficile nel capire quale delle tante sfaccettature delle scienze geologiche mi piacesse davvero. Poi ho cominciato a lavorare alla mia tesi di laurea sulla Valutazione di Impatto Ambientale legata ad una eventuale eruzione del Vesuvio e mi sono ritrovata in tematiche di cui allora si cominciava a parlare, siamo ahimè nel 1989, ed il cui approccio era straordinariamente innovativo: la multidisciplinarietà. Affrontare lo studio delle Scienze della Terra ti mette di fronte ad una semplice quanto disarmante verità: nel passato ci sono le soluzioni per il futuro.

Rivista on line di politica, lavoro, impresa e società fondata e diretta da Pasquale Petrillo - Proprietà editoriale: Comunicazione & Territorio di Cava de' Tirreni, presieduta da Silvia Lamberti.

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