scritto da Gennaro Pierri - 25 Marzo 2026 13:04

Cava de’ Tirreni, il castello conteso e la città esclusa: il vero nodo non è chi gestisce, ma come

Il Comune non ha costruito – finora – un modello aperto e trasparente: nessun percorso stabile di coprogettazione, nessuna messa in rete reale delle energie esistenti, nessun meccanismo capace di trasformare la partecipazione in struttura

foto tratta da Fb

Il problema non è chi ha le chiavi. È cosa ci fa con quelle chiavi. C’è una scena semplice: persone che salgono verso il Castello di Sant’Adiutore e si fermano davanti a un accesso incerto, a orari poco chiari, a un luogo che dovrebbe essere di tutti ma che non sempre riesce a esserlo.

Non è una polemica: è un’esperienza concreta.

Il castello è finito al centro di discussioni su affidamenti e responsabilità. Ma il punto vero è un altro. I fatti, quelli osservabili, sono ostinati: accessi discontinui, comunicazione fragile, fruizione limitata. E sì, anche vincoli oggettivi – sicurezza, eventi straordinari – che hanno inciso. Proprio per questo serviva una visione capace di reggere nel tempo. E qui il dato è netto: quella visione non si è mai tradotta in un modello riconoscibile, continuativo, verificabile.

ATSC ed Ente Montecastello, dentro questo quadro, hanno custodito una tradizione, mantenuto viva una memoria, dato continuità a un’identità. Questo è un merito e va riconosciuto. Ma custodire non significa esaurire. E qui la questione si fa inevitabilmente più seria: non sono gli unici depositari della tradizione, né gli unici legittimati a raccontarla. La cultura cavese non è una linea unica, ma una trama: una rete ampia e riconoscibile di associazioni, gruppi folkloristici e realtà culturali attive sul territorio, che non risultano coinvolte in modo strutturale nella gestione e nella narrazione del sito. Non è una questione di esclusioni formali.

È una questione di metodo.
Perché quando la gestione non diventa sistema, resta inevitabilmente selezione, e le selezioni restringono la cultura. La rende meno viva, meno condivisa, meno credibile.

Qui la responsabilità diventa pubblica.

Il Comune non ha costruito – finora – un modello aperto e trasparente: nessun percorso stabile di coprogettazione, nessuna messa in rete reale delle energie esistenti, nessun meccanismo capace di trasformare la partecipazione in struttura. Senza struttura, resta solo la gestione. E la gestione, da sola, non basta.

In questo scenario si inserisce la posizione del sindaco Vincenzo Servalli: il castello non deve essere affidato ai privati. Una linea chiara, fondata su un principio solido: un bene identitario non può essere ridotto a funzione economica né diventare spazio selettivo. È una posizione che tutela. Ma non basta a valorizzare. Perché esiste un rischio opposto, meno visibile ma concreto: un bene pubblico che resta poco accessibile, poco vissuto, poco attraversato. Pubblico sulla carta, distante nella pratica. Dall’altra parte, anche il tema dei privati merita lucidità. Non è una scorciatoia, ma neanche un tabù. Esistono modelli regolati in cui il pubblico guida e altri soggetti contribuiscono a garantire apertura, qualità, continuità.

La domanda non è ideologica. È operativa: quale modello rende davvero il castello un luogo vivo? E qui si torna al punto iniziale.

Non è una guerra tra sigle. Non è una scelta tra pubblico e privato. È l’assenza di un modello capace di includere davvero. Un modello che tenga insieme l’intero tessuto culturale cavese, senza esclusività implicite e senza partecipazioni simboliche. Perché così com’è, il rischio è evidente: una gestione concentrata e una comunità spettatrice.

Un castello non è solo un bene da difendere. È un luogo da abitare. E un luogo si abita solo se lo si apre davvero, nei processi prima ancora che negli accessi. Altrimenti resta lì: imponente, identitario, celebrato. Ma, nel quotidiano, sempre più distante. La domanda, a questo punto, non è più rinviabile: vogliamo continuare a discutere su chi ha le chiavi… o iniziare finalmente a decidere chi, davvero, può entrare?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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