scritto da Christian De Iuliis - 08 Ottobre 2026 07:27

Non solo alla pittura

Credo che la “riconoscenza” sia un sentimento quasi scomparso, la coltivano solo le persone educate, quelle provviste di gentilezza. Le riconosci perché usano ancora parole desuete come “grazie”, “scusa”, “perdonatemi”. Il pittore Ruocco era una persona così.

Nel luglio del 2022 il pittore Giuseppe Ruocco, dopo quasi dieci anni, tornava ad esporre i suoi lavori a Minori, in un locale lasciato libero da un negozio.

Accompagnava la mostra con un libello dal titolo “Una vita dedicata alla pittura”, una sorta di autobiografia nella quale inseriva, tra le altre cose, i ricordi di bambino all’orfanotrofio, la scuola di pittura, gli incontri con Alfonso Gatto e Mario Carotenuto.

Nel luglio del 2022 non conoscevo bene Giuseppe Ruocco, non ci avevo mai veramente parlato. Visitai la mostra, lui mi regalò il libro. Mi sembrò un gesto davvero gentile. Su quella pubblicazione e sulla mostra scrissi un articolo (“Alla pittura” che si può leggere qui). Mi colpiva la sua determinazione nel voler raccontare, per iscritto, per lasciare dietro di sé tracce che non fossero solo quadri.

Avergli dedicato quel pezzo mi conferì il beneficio di essere inserito tra le sue persone fidate. Potrei dire “amico” ma non vorrei ingigantire.

Pochi giorni dopo la fine della mostra, mi raggiunse allo studio per regalarmi un piatto in ceramica da lui decorato. Lo conservo con cura.

Immaginando una futura esposizione, la primavera successiva mi spedì sul telefono alcuni suoi disegni di architetture che, mischiando liberty e modernismo, mostravano un’ispirazione piuttosto eclettica, Sorprendenti. Erano del 1967. Gli chiesi quanti di questi schizzi possedesse. Mi rispose “Tantissimi”. Gli proposi di farne una pubblicazione, un catalogo che poteva anche diventare una mostra. Sarebbe stato interessante creare una liaison tra architettura e pittura.

Spero che apprezzi, ovunque si trovi, che io ora li mostri qui.

In questi quattro ultimi anni, Giuseppe Ruocco ha continuato a mandarmi notizie, uno scritto (che ora non riesco più a leggere) ed immagini dei suoi lavori. Incontri a Cetara, Positano, l’inaugurazione di una edicola con un suo dipinto al villaggio Torre di Minori, un luogo al quale era particolarmente affezionato. Pendeva sempre su di me, l’invito nel suo studio di Ponteprimario a Tramonti, dove aveva intenzione di mostrarmi le sue opere.

Avrebbe voluto in qualche modo che fossero viste, raccontate, che tutto il suo lavoro, enorme, di una vita “servisse” a qualcosa, a qualcuno.

Purtroppo, gli confessai una volta, questo paese non celebra nessuno dei suoi artisti. Non mette a disposizione spazi, magari per un’esposizione stabile. Il massimo che concede è un celere “coccodrillo”: per i riconoscimenti occorre dunque morire.

Infatti è stato ancora in una piccola galleria privata che Ruocco è tornato ad esporre a Minori per l’ultima volta, in una collettiva lo scorso luglio.

Non era stato bene, me lo aveva raccontato una sera incrociandomi per strada; tuttavia quando l’ho invitato alla presentazione del mio ultimo libro, all’inizio di settembre, venne, salendo, non senza fatica, le scale all’ingresso del giardino. Ebbe in quell’occasione parole di grande affetto nei miei confronti, continuava ad usare per me la generosa notazione di “scrittore”.

Il sentimento che conservo nel ricordo di Giuseppe Ruocco è la riconoscenza. Ho scritto centinaia di articoli, niente di speciale chiaramente, ma nessuno mi è mai stato mai così riconoscente. Un affetto sproporzionato che io cortesemente cercavo di rimandare al mittente.

Credo che la “riconoscenza” sia un sentimento quasi scomparso, la coltivano solo le persone educate, quelle provviste di gentilezza. Le riconosci perché usano ancora parole desuete come “grazie”, “scusa”, “perdonatemi”. Il pittore Ruocco era una persona così. Il suo desiderio di comunicare, di parlare, si scontrava sempre con questo suo benevolo galanteria. Che io rintraccio anche nelle sue pitture: i suoi panorami, i fiori, quegli oggetti sono gesti garbati. Le sue Minori, in colori pastello, sono sempre il ritratto di un paese quieto. Forse così desiderato, tanto, durante gli anni in collegio.

“Non voglio rubarti altro tempo” mi diceva sempre, ad un certo punto, prima di salutarmi.

L’ultima volta ci siamo visti pochi giorni fa, sotto casa mia. Mi disse che l’aver letto il mio romanzo gli aveva fatto venire nuovamente voglia di scrivere. E che lo stava facendo. Voleva ricordare amori smarriti, celebrare incontri, raccontare luoghi visti.

Riuscire a tramutare in letteratura, innanzitutto per le persone incrociate durante il corso della vita, le parole che mai erano state pronunciate. Gli risposi che era un’ottima idea, uno “scrittore” (come mi chiamava lui), ritiene la scrittura il mezzo per eccellenza per non scomparire.

Naturalmente anche in quell’occasione mi salutò con un “Non voglio rubarti altro tempo”. Non era stato furtivo, naturalmente, quel tempo che non immaginavo fosse l’ultimo.

Quella sera ero felice, e anche un po’ sorpreso in realtà, che era stato proprio il mio libro ad avergli rimesso in moto questo desiderio di raccontarsi.

Spero proprio che abbia avuto il tempo di farlo.

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Nasce, vive, vegeta in costa d’Amalfi. Manifesta l’intenzione di voler fare l’architetto, nel 1984, in un tema di quarta elementare, raggiunge l’obiettivo nel 2001. Nel 2008 si auto-elegge Assessore al Nulla. Nel 2009 fonda il movimento artistico-culturale de “Lo Spiaggismo”. Avanguardia del XXI^ secolo che vanta già diversi tentativi di imitazione. All’attivo ha quattro mezze maratone corse e due libri pubblicati: “L’Architemario – volevo fare l’astronauta” (Overview editore – 2014) e “Vamos a la playa – Fenomenologia del Righeira moderno” (Homo Scrivens – 2016). Ha ricevuto premi in diversi concorsi letterari. Si definisce architetto-scrittore o scrittore-architetto. Dipende da dove si trova e da chi glielo chiede.

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