LIBRI & LIBRI La memoria del giglio di Alessandra Libutti domani sera al Premio Com&Te
Raccontando la storia della sua famiglia, Livia attraversa oltre cinquant'anni di storia d'Italia, dal matrimonio dei genitori, nel 1872, fino alla metà del Novecento, passando per due guerre mondiali e cambiamenti epocali, che inevitabilmente influenzano le vite e le scelte della famiglia
“Ogni casa è un capitolo dell’esistenza. Nella memoria, le fasi della vita sono scandite dal ricordo delle mura, dei mobili, delle stanze che abbiamo abitato, che ci riportano alla prospettiva da cui osserviamo il mondo.”
Livia, dai cui occhi osserviamo – con estrema lucidità e al tempo stesso partecipazione – la vicenda della famiglia Ruggieri Buzzaglia, non si è mai mossa da Volterra, pur cambiando case e con loro vite, chiedendosi sempre cosa muovesse ogni sua decisione, senza trovare una apparente valida risposta.
Raccontando la storia della sua famiglia, Livia attraversa oltre cinquant’anni di storia d’Italia, dal matrimonio dei genitori, nel 1872, fino alla metà del Novecento, passando per due guerre mondiali e cambiamenti epocali, che inevitabilmente influenzano le vite e le scelte della famiglia.
Livia è la terza dei figli del conte Lodovico e Adele, la terza almeno di quelli rimasti in vita dopo una serie di lutti e di fratelli e sorelle mai nati per aborti spontanei. La sua infanzia passa così assistendo a misteriose quanto terribili perdite di sangue della madre e pregando per la sua salute in una litania meccanica quanto incomprensibile. È così che Livia decide sin da piccola di abiurare alla maternità percepita come qualcosa di funesto e logorante. Eppure la fanciullezza di Livia, seppur provata dai lutti, è al tempo stesso rallegrata dai giochi con le sorelle, Babà, quella ammirata, intelligente e ribelle, e Delia, quella invece invidiata, civettuola e viziata. Le figlie inoltre vivono nutrite dall’amore del padre, un uomo illuminato, colto, liberale ma anche attento ai bisogni delle classi operaie.
In quell’epoca, agli occhi di Livia il padre appare un eroe e la madre un essere quasi inutile, sempre malata, sottomessa. Solo dopo la morte del padre, Livia però si rende conto di essersi sbagliata sul conto della madre, donna di valore almeno pari al marito, saggia e risoluta.
Nel romanzo, emerge prepotente quanto i rapporti tra padri e figli, come quelli tra madri e figli, e in generale i vissuti famigliari, influenzino le personalità e le decisioni, seppur ognuno resti artefice del proprio destino. Così Livia, Babà, Delia e il loro unico fratello maschio, Cino, pur figli degli stessi genitori,scelgono tre strade completamente diverse. Babà, così indipendente e colta, cede alle ragioni dell’amore, sposando un uomo miserabile ma rimanendo sempre incapace di ribellarsi davvero a lui. Sceglie la strada del “servaggio” che le sembra l’unica possibile, almeno per l’epoca, e, nel tentativo disperato di salvare almeno la figlia, Rina, la allontana anche da sé, mandandola a vivere con la nonna e la zia. Livia, prigioniera di sé stessa, resta a vivere con sua madre e si rinchiude in una “vita per procura”. Delia e Cino avranno vite più semplici ma entrambi, pur in matrimoni felici, senza figli.
La storia arriva fino ad Adriana, nipote di Babà, e figlia della sua unica figlia Rina, le due e i loro rapporti sono tragicamente segnati dai traumi familiari di Rina che lei riversa sulla figlia, nell’incapacità di accettare la vita qual è e sempre maledicendo la vita stessa.
Qui la storia non fa sconti, non ci sono eroine ma solo donne che, in un modo o nell’altro, provano a resistere. I traumi si tramandano di generazione in generazione, elevando il dispiacere a sofferenza, il desiderio inappagato a frustrazione ed intransigenza, il bisogno di esser visti a ricerca astiosa di perfezione, l’amore a possesso opprimente.
La verità forse sta nel fatto che “non esiste giustizia nei sentimenti, esiste solo la pazienza”.
Alessandra Libutti, scavando a piene mani nella storia della sua famiglia per “esplorare l’eredità emotiva radicata in generazioni di donne”, non giudica ma osserva e ci restituisce una storia colma di vita, con tutte le sue scelte, giuste o sbagliate, con tutti gli accadimenti che la condizionano ma soprattutto piena di amore.








