Rogoredo, ombre sull’inchiesta
Nuovi elementi complicano la posizione dell’assistente capo Carmelo Cinturrino, indagato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri. Le testimonianze raccolte mettono in discussione la prima versione dei fatti e aprono interrogativi sul comportamento degli agenti coinvolti
L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo si sta arricchendo di elementi. E si aggrava la posizione dell’assistente capo Carmelo Cinturrino, indagato per omicidio volontario. In un primo momento, sulla base delle dichiarazioni concordi di cinque agenti e dei rilievi iniziali, la vicenda era apparsa come un caso evidente di legittima difesa. Un poliziotto che spara a uno spacciatore armato, poi rivelatosi in possesso di una pistola a salve. Oggi il quadro è molto diverso. Conoscenti della vittima sostengono che Cinturrino chiedesse quotidianamente denaro e cocaina a Mansouri, fino a 200 euro e cinque grammi al giorno. Anche i colleghi – ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso – descrivono un ruolo dominante dell’assistente capo nelle operazioni e nelle fasi successive allo sparo. Le testimonianze delineano un comportamento sempre più problematico e dinamiche interne alla squadra che meritano approfondimento. È evidente che la vicenda richiede ancora chiarezza. Tuttavia, ci sono alcuni punti fermi. Nessuno, nemmeno gli agenti, può essere sottratto alla legge e alle indagini necessarie per accertare responsabilità. Allo stesso tempo, gli errori di alcuni non devono mettere in discussione il valore del lavoro svolto quotidianamente dalle forze dell’ordine. Su un tema così delicato, infine, sarebbe auspicabile che la politica evitasse strumentalizzazioni e giudizi ideologici.





