Rider, schiavi digitali
L’inchiesta su Glovo svela una moderna forma di caporalato digitale che sfrutta migliaia di rider. Un sistema che funziona anche grazie all’indifferenza quotidiana di chi ordina e consuma
L’inchiesta della procura di Milano contro Foodinho–Glovo porta alla luce un sistema strutturato di sfruttamento dei rider, sottopagati e controllati dagli algoritmi. I lavoratori operano in condizioni di forte precarietà, con compensi ben al di sotto della soglia di povertà e della contrattazione collettiva. Sono sempre geolocalizzati, penalizzati per ritardi e costretti a sostenere in proprio ogni rischio e spesa. Il provvedimento giudiziario parla esplicitamente di caporalato e di uno sfruttamento che dura da anni. Non si tratta di un episodio isolato, ma dell’ennesima conferma di un modello economico fondato sulla precarietà. Un modello che richiama le forme di sfruttamento del Novecento, aggiornate all’era digitale. La novità sta nel ruolo dei consumatori, che beneficiano del servizio. È un sistema, infatti, che si regge sull’ipocrisia. Di chi? Di noi consumatori. Quello che ci arriva a casa costa solo pochissimo in più rispetto a quanto lo pagheremmo in negozio, al ristorante o in pizzeria. E allora facciamo finta di non sapere, ma la verità è semplice: questo modello funziona perché si basa sullo sfruttamento dei rider. Per questo, dopo chi li sfrutta, i primi responsabili siamo proprio noi, che continuiamo a sostenere un meccanismo che non potrebbe esistere senza la nostra complicità.





