Oltre l’alibi
La morte di Abu non può essere archiviata come “disagio giovanile”. La violenza non è una diagnosi: è una responsabilità collettiva
La coltellata che ha ucciso Abu a scuola non è solo un fatto di cronaca nera: è uno specchio che non vogliamo guardare. Di fronte a tragedie come quella di La Spezia, la tentazione è sempre la stessa: cercare una spiegazione clinica, una fragilità psichica che renda tutto più comprensibile, forse più digeribile. Ma, come ricorda Stefano Vicari, direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è un errore grave. Chiamare violenza ciò che violenza è, non significa essere spietati, ma onesti. Nella sua intervista pubblicata dal Corriere della Sera Vicari evidenzia che non tutto è malattia, non tutto è disagio. E che medicalizzare ogni atto estremo rischia di diventare un alibi morale. D’altro canto, un ragazzo che porta un coltello a scuola non è solo “fragile”. Al contrario, è il prodotto di un contesto che tollera, banalizza, a volte esibisce la violenza come linguaggio accettabile. Chiamiamo quindi le cose con il loro nome senza temere di non essere politicamente corretti. E’ questa la prima responsabilità che ognuno di noi deve avvertire. Perché se ogni gesto violento viene sempre spiegato e ricondotto a una causa, si finisce per non ritenerlo più sbagliato. E quando non si dice più con chiarezza che una cosa è sbagliata, allora diventa, poco alla volta, accettabile. Questo non può e non deve assolutamente accadere. I fenomeni negativi non si contrastano con il giustificazionismo buonista, bensì con il crudo linguaggio della verità e il richiamo forte alle responsabilità.





