scritto da Pasquale Petrillo - 18 Gennaio 2026 08:59

Oltre l’alibi

La morte di Abu non può essere archiviata come “disagio giovanile”. La violenza non è una diagnosi: è una responsabilità collettiva

foto Giovanni Armenante

La coltellata che ha ucciso Abu a scuola non è solo un fatto di cronaca nera: è uno specchio che non vogliamo guardare. Di fronte a tragedie come quella di La Spezia, la tentazione è sempre la stessa: cercare una spiegazione clinica, una fragilità psichica che renda tutto più comprensibile, forse più digeribile. Ma, come ricorda Stefano Vicari, direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è un errore grave. Chiamare violenza ciò che violenza è, non significa essere spietati, ma onesti. Nella sua intervista pubblicata dal Corriere della Sera Vicari evidenzia che non tutto è malattia, non tutto è disagio. E che medicalizzare ogni atto estremo rischia di diventare un alibi morale. D’altro canto, un ragazzo che porta un coltello a scuola non è solo “fragile”. Al contrario, è il prodotto di un contesto che tollera, banalizza, a volte esibisce la violenza come linguaggio accettabile.  Chiamiamo quindi le cose con il loro nome senza temere di non essere politicamente corretti. E’ questa la prima responsabilità che ognuno di noi deve avvertire. Perché se ogni gesto violento viene sempre spiegato e ricondotto a una causa, si finisce per non ritenerlo più sbagliato. E quando non si dice più con chiarezza che una cosa è sbagliata, allora diventa, poco alla volta, accettabile. Questo non può e non deve assolutamente accadere. I fenomeni negativi non si contrastano con il giustificazionismo buonista, bensì con il crudo linguaggio della verità e il richiamo forte alle responsabilità.

Giornalista, ha fondato e dirige dal 2014 il giornale Ulisse on line ed è l’ideatore e il curatore della Rassegna letteraria Premio Com&Te. Fondatore e direttore responsabile dal 1993 al 2000 del mensile cittadino di politica ed attualità Confronto e del mensile diocesano Fermento, è stato dal 1998 al 2000 addetto stampa e direttore dell’Ufficio Diocesano delle Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi Amalfi-Cava de’Tirreni, quindi fondatore e direttore responsabile dal 2007 al 2010 del mensile cittadino di approfondimento e riflessioni L’Opinione, mentre dal 2004 al 2010 è stato commentatore politico del quotidiano salernitano Cronache del Mezzogiorno. Dal 2001 al 2004 ha svolto la funzione di Capo del Servizio di Staff del Sindaco al Comune di Cava de’Tirreni, nel corso del 2003 è stato consigliere di amministrazione della Se.T.A. S.p.A. – Servizi Terrritoriali Ambientali, poi dall’ottobre 2003 al settembre 2006 presidente del Consiglio di Amministrazione del Conservatorio Statale di Musica Martucci di Salerno, dal 2004 al 2007 consigliere di amministrazione del CSTP - Azienda della Mobilità S.p.A., infine, dal 2010 al 2014 Capo Ufficio Stampa e Portavoce del Presidente della Provincia di Salerno. Ha fondato e presieduto dal 2006 al 2011 ed è attualmente membro del Direttivo dell’associazione indipendente di comunicazione, editoria e formazione Comunicazione & Territorio. E’ autore delle pubblicazioni Testimone di parte (2006), Appunti sul Governo della Città (2009), e insieme a Silvia Lamberti Maionese impazzita - Comunicazione pubblica ed istituzionale, istruzioni per l'uso (2018), Il trionfo della mediocrità (2025), nonché curatore di Tornare Grandi (2011) e Salerno, la Provincia del buongoverno (2013), entrambe edite dall’Amministrazione Provinciale di Salerno.

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