Se ti parlassi come ti parli tu, non saremmo più amici
Ci hanno insegnato che la durezza tempra il carattere. Che essere esigenti con se stessi è sinonimo di forza. Ma c’è una differenza enorme tra disciplina e disprezzo. La prima costruisce, il secondo scava. E nel buco che resta è difficile crescere qualcosa di buono
C’è una frase che dovremmo avere il coraggio di scriverci sullo specchio: se parlassi a qualcuno che ami come parli a te stesso, ti resterebbe accanto?
La maggior parte di noi non si renderebbe conto di essere il proprio peggior nemico finché non trascrive il dialogo interiore di una giornata qualunque. “Sei sempre il solito.” “Non ne fai una giusta.” “Guarda gli altri dove sono arrivati.” È un monologo feroce, continuo, che nessuno oserebbe rivolgere a un fratello, a un’amica, a un figlio. Eppure lo consideriamo normale quando il bersaglio siamo noi.
Ci hanno insegnato che la durezza tempra il carattere. Che essere esigenti con se stessi è sinonimo di forza. Ma c’è una differenza enorme tra disciplina e disprezzo. La prima costruisce, il secondo scava. E nel buco che resta è difficile crescere qualcosa di buono.
Le ricerche sulla “self-compassion” (parola che suona ancora sospetta a molti) mostrano che chi sa trattarsi con gentilezza non diventa più fragile, ma più resiliente. Non abbassa l’asticella: impara a saltarla senza insultarsi se inciampa. È una rivoluzione silenziosa: sostituire la voce del giudice con quella dell’alleato.
“Parlati come faresti con qualcuno che ami” non è un invito all’autoindulgenza. È una richiesta di responsabilità emotiva. Se un amico sbaglia, non gli dici che è un fallimento: gli ricordi chi è, cosa vale, dove può migliorare. Perché con te dovrebbe funzionare diversamente?
Il punto non è diventare narcisi che si applaudono allo specchio. È smettere di credere che l’autostima nasca dall’umiliazione. Provate a fare un esperimento per una settimana: ogni volta che sbagliate, formulate la stessa frase che direste a qualcuno a cui volete bene. Noterete una cosa sorprendente: non vi sentirete più deboli, ma più lucidi. La vergogna confonde. La gentilezza chiarisce.
Siamo la generazione che parla di salute mentale, ma continua a normalizzare l’autosabotaggio. Forse la vera maturità non è sopportare tutto, ma cambiare tono. Con gli altri abbiamo imparato il linguaggio dell’empatia. Con noi stessi siamo rimasti analfabeti.
E allora la domanda è semplice e scomoda: se iniziassi oggi a trattarmi come qualcuno che amo, cosa cambierebbe nelle mie scelte, nei miei errori, nei miei sogni?
Forse la rivoluzione più grande non è gridare più forte nel mondo, ma sussurrarsi parole diverse quando il mondo tace.






