scritto da Gennaro Pierri - 03 Febbraio 2026 12:17

Quando il Sacro tocca la Gola: San Biagio in una Società che ha dimenticato l’espiazione

Nel mondo che corre verso l’istantaneo, può un antico rito insegnarci ancora qualcosa sul valore di fermarci, respirare e ascoltare?

Statua di San Biagio

Hai mai sentito parlare della benedizione della gola e pensato: “Ma che c’entra questo con la mia vita quotidiana?” Forse è perché, in un’epoca in cui tutto sembra spiegabile dalla scienza la dimensione del sacro ci sfugge. Eppure, quella benedizione con due candele incrociate sulla gola non è solo un gesto arcaico con preghiere polverose: è una lente attraverso cui possiamo interrogare il nostro rapporto con il mistero del vivere e del curare.

La festa di San Biagio, celebrata il 3 febbraio, ha radici antiche che risalgono a un vescovo e martire del IV secolo ricordato non solo per la sua testimonianza di fede, ma anche per aver salvato, secondo la tradizione, un bambino che stava soffocando a causa di una lisca di pesce. Da qui nasce la devozione alla sua protezione contro i mali della gola e la ritualità legata alle candele benedette.

Dal punto di vista più superficiale, qualcuno potrebbe liquidare il rito come superstizione: un simbolo da museo o una curiosità folcloristica che sopravvive nelle chiese, tra la benedizione di cibi e riti locali. Ma se ci fermiamo un momento a riflettere, quel gesto rituale parla di qualcosa di profondamente umano: il desiderio di connessione, la paura della fragilità e il bisogno di essere toccati da qualcosa che ci trascende. Il sacro, qui, non è un concetto astratto, ma un’esperienza incarnata, un gesto concreto che si rivolge non solo alla gola, ma alla nostra vulnerabilità.

In una società che riduce la guarigione alla pillola e al protocollo medico, la benedizione di San Biagio ci ricorda che la sofferenza non è solo questione di tessuti o di cellule; è intrecciata con senso, storia, comunità. Il rito non pretende di sostituirsi alla medicina, non è una formula magica,  ma ci chiede di guardare alla guarigione come a un atto di relazione: con noi stessi, con gli altri e con ciò che chiamiamo trascendenza.

E per chi ha la gola infiammata, magari dopo troppe parole gridate sui social o silenzi troppo lunghi nella vita reale, questo rituale suggerisce una provocazione: e se non fosse solo la gola a aver bisogno di benedizione, ma anche la nostra capacità di ascoltare e di parlare con cura? La benedizione diventa allora non solo protezione fisica, ma invito simbolico a custodire la verità delle nostre parole e la profondità delle nostre voci.

Forse, in fondo, la benedizione della gola non è lì per salvarci dal mal di stagione, ma per ricordarci che la vita chiede di essere pronunciata con voce sana e cuore vigile. Nel mondo che corre verso l’istantaneo, può un antico rito insegnarci ancora qualcosa sul valore di fermarci, respirare e ascoltare? E se il sacro non fosse qualcosa da credere, ma qualcosa da vivere ogni giorno?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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