Quando il Sacro tocca la Gola: San Biagio in una Società che ha dimenticato l’espiazione
Nel mondo che corre verso l’istantaneo, può un antico rito insegnarci ancora qualcosa sul valore di fermarci, respirare e ascoltare?
Hai mai sentito parlare della benedizione della gola e pensato: “Ma che c’entra questo con la mia vita quotidiana?” Forse è perché, in un’epoca in cui tutto sembra spiegabile dalla scienza la dimensione del sacro ci sfugge. Eppure, quella benedizione con due candele incrociate sulla gola non è solo un gesto arcaico con preghiere polverose: è una lente attraverso cui possiamo interrogare il nostro rapporto con il mistero del vivere e del curare.
La festa di San Biagio, celebrata il 3 febbraio, ha radici antiche che risalgono a un vescovo e martire del IV secolo ricordato non solo per la sua testimonianza di fede, ma anche per aver salvato, secondo la tradizione, un bambino che stava soffocando a causa di una lisca di pesce. Da qui nasce la devozione alla sua protezione contro i mali della gola e la ritualità legata alle candele benedette.
Dal punto di vista più superficiale, qualcuno potrebbe liquidare il rito come superstizione: un simbolo da museo o una curiosità folcloristica che sopravvive nelle chiese, tra la benedizione di cibi e riti locali. Ma se ci fermiamo un momento a riflettere, quel gesto rituale parla di qualcosa di profondamente umano: il desiderio di connessione, la paura della fragilità e il bisogno di essere toccati da qualcosa che ci trascende. Il sacro, qui, non è un concetto astratto, ma un’esperienza incarnata, un gesto concreto che si rivolge non solo alla gola, ma alla nostra vulnerabilità.
In una società che riduce la guarigione alla pillola e al protocollo medico, la benedizione di San Biagio ci ricorda che la sofferenza non è solo questione di tessuti o di cellule; è intrecciata con senso, storia, comunità. Il rito non pretende di sostituirsi alla medicina, non è una formula magica, ma ci chiede di guardare alla guarigione come a un atto di relazione: con noi stessi, con gli altri e con ciò che chiamiamo trascendenza.
E per chi ha la gola infiammata, magari dopo troppe parole gridate sui social o silenzi troppo lunghi nella vita reale, questo rituale suggerisce una provocazione: e se non fosse solo la gola a aver bisogno di benedizione, ma anche la nostra capacità di ascoltare e di parlare con cura? La benedizione diventa allora non solo protezione fisica, ma invito simbolico a custodire la verità delle nostre parole e la profondità delle nostre voci.
Forse, in fondo, la benedizione della gola non è lì per salvarci dal mal di stagione, ma per ricordarci che la vita chiede di essere pronunciata con voce sana e cuore vigile. Nel mondo che corre verso l’istantaneo, può un antico rito insegnarci ancora qualcosa sul valore di fermarci, respirare e ascoltare? E se il sacro non fosse qualcosa da credere, ma qualcosa da vivere ogni giorno?







