Pasqua è pericolosa (per questo preferiamo la Pasquetta)
La Pasquetta è innocua. Non ti chiede niente. Non ti guarda dentro. Non ti costringe a riaprire nulla. La Pasqua sì
Il momento più sincero della Pasqua non è in chiesa. È a tavola, quando qualcuno, con la bocca ancora piena, chiede: “Oh, ma domani dove andiamo?”. Fine della festa!
Perché se la prima preoccupazione è il lunedì, vuol dire che la domenica non è mai iniziata davvero.
Diciamolo senza giri: la Pasqua ci mette a disagio. Non perché sia difficile da capire, ma perché è difficile da accettare. Non parla di valori, parla di un fatto: Gesù è risorto! Uno che, se fosse anche solo lontanamente vero, cambierebbe tutto: ciò che è finito potrebbe non esserlo. E qui scatta il cortocircuito. Perché noi siamo diventati bravissimi a gestire le cose finite. Relazioni archiviate, errori etichettati, persone liquidate con un “amen”. Funziona: soffri meno, controlli di più, vai avanti. Pasqua invece rompe il sistema. Dice: e se ti fossi sbagliato? E se quella storia non fosse chiusa? E se anche tu non fossi “quello lì” che ormai ti sei convinto di essere? Capisci perché preferiamo pensare alla brace.
La Pasquetta è innocua. Non ti chiede niente. Non ti guarda dentro. Non ti costringe a riaprire nulla. La Pasqua sì. E allora la trasformiamo in un passaggio tecnico: pranzo, dolce, digestivo, via. Ma la verità — quella che evitiamo con eleganza — è un’altra: non è che non crediamo. È che intuiamo cosa implicherebbe crederci davvero. Perché se anche solo una cosa morta può tornare viva, allora niente è definitivamente perso. E questo non consola.
Questo ti mette in crisi. Allora la domanda vera non è cosa festeggiamo. È molto più scomoda: sei disposto a vivere come se davvero qualcosa potesse ricominciare?







