scritto da Gennaro Pierri - 15 Febbraio 2026 08:25

Parole vuote cercasi: manuale minimo per tornare a dire qualcosa

Il punto non è diventare pedanti. È diventare onesti. Perché le parole non sono etichette decorative: sono strumenti che costruiscono realtà

Le parole non sono mai state così abbondanti. Eppure non sono mai state così leggere. Scorrono a fiumi nei feed di Instagram e TikTok, si accendono per un giorno su X, si moltiplicano nei podcast, nei reel, nei commenti indignati. Ma quante di queste parole pesano davvero?

“Libertà”, “valori”, “merito”, “pace”, “inclusione”. Sono monete inflazionate. Le spendiamo senza guardarne il conio, senza chiederci chi le ha forgiate e per cosa. Il risultato è un paradosso: più parliamo, meno diciamo. Più gridiamo, meno comunichiamo.

Riempire le parole di contenuti significa fare un gesto controcorrente: rallentare. Significa chiedersi cosa c’è dietro un termine prima di usarlo come un hashtag. Quando dici “successo”, stai parlando di soldi? Di riconoscimento? Di serenità? Quando invochi “rispetto”, intendi tolleranza passiva o responsabilità reciproca?

Il punto non è diventare pedanti. È diventare onesti. Perché le parole non sono etichette decorative: sono strumenti che costruiscono realtà. Con le parole si eleggono governi, si iniziano guerre, si salvano vite. E nel nostro piccolo, si costruiscono relazioni. Una promessa detta alla leggera non è solo un suono nell’aria: è fiducia messa a rischio.

C’è un esercizio semplice, quasi rivoluzionario: ogni volta che usi una parola “grande”, prova a raccontarla con un esempio concreto. Se parli di “amicizia”, racconta l’ultimo gesto gratuito che hai fatto o ricevuto. Se dici “cambiamento”, spiega cosa sei disposto a perdere per ottenerlo. Le parole si riempiono quando costano qualcosa.

Forse il vero atto ribelle oggi non è parlare di più, ma parlare meglio. Scegliere meno parole, ma più vere. In un mondo che monetizza l’attenzione e premia la velocità, la profondità è un atto sovversivo.

La domanda, allora, non è quante cose abbiamo da dire. È: siamo disposti a dare alle nostre parole un peso specifico? Perché, alla fine, le parole non valgono per come suonano. Valgono per quello che siamo pronti a farne.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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