Misurare le emozioni: possiamo davvero farlo… o stiamo solo contando ombre?
Perché continuiamo a provare a misurare ciò che non vuole essere misurato? Forse perché desideriamo capire gli altri senza il fastidio di un dialogo profondo
Quante volte hai sentito dire “come ti senti da 1 a 10?” oppure hai cliccato emoticon per esprimere ciò che provi? E se ti dicessi che questa misura potrebbe essere una colossale (e bellissima) illusione?
La domanda “si possono misurare le emozioni?” suona innocua, ma nasconde un abisso. È un’idea alla base di test psicologici, algoritmi di intelligenza artificiale, persino di strategie pubblicitarie che cercano di leggere il nostro cuore digitale. Ma prima di quantificarle, facciamo un passo indietro: cos’è un’emozione? Secondo la psicologia, non è solo un’etichetta come “felicità” o “rabbia”, ma un insieme di risposte corporee, esperienze soggettive e significati personali che si esprimono nel comportamento e nei pensieri. E ognuna di queste dimensioni non si allinea perfettamente con una scala numerica semplice.
Nel laboratorio e nella clinica si usano strumenti come questionari e scale di auto-valutazione per provare a “misurare” emozioni, vale a dire chiedere a una persona quanto forte sente qualcosa o quanto spesso prova una determinata emozione. Ma sono strumenti imperfetti: dipendono dalla consapevolezza, dalla memoria, dalla capacità di tradurre sensazioni in numeri. E spesso il solo fatto di chiedere a qualcuno di valutare i suoi sentimenti cambia l’esperienza stessa.
Al di là dei questionari, c’è chi prova a guardare dentro il cervello: neuroscienze e tecnologie varie tentano di correlare attività cerebrale a stati affettivi. Ma perfino qui c’è un problema fondamentale: non esiste una “mappa delle emozioni” univoca nel cervello. Le stesse aree possono attivarsi per diverse emozioni e ciò che appare come “attività emotiva” potrebbe riflettere attenzione, memoria o semplici reazioni fisiologiche.
E allora cosa stiamo davvero misurando quando cerchiamo di contare le nostre emozioni? Stiamo misurando reazioni, atteggiamenti esterni, preferenze comportamentali, oppure stiamo tentando di ridurre l’esperienza umana a un numero plausibile in database?
Allora perché continuiamo a provare a misurare ciò che non vuole essere misurato? Forse perché desideriamo capire gli altri senza il fastidio di un dialogo profondo; forse perché è più comodo avere dati interpretabili da algoritmi che accettare la complessità della crescita umana. Oppure, ed è la prospettiva più intrigante, perché misurare emozioni non è tanto una questione di numeri, quanto una prova della nostra sete di connessione: vogliamo che qualcuno capisca non solo cosa proviamo, ma cosa significa provare qualcosa.
E quindi la domanda davvero provocatoria non è: le emozioni possono essere misurate?
La domanda è: perché vogliamo misurarle? Cosa stiamo cercando di capire — di noi stessi e degli altri — quando cerchiamo di trasformare sentimenti in numeri?
Forse è nella difficoltà di rispondere a questa domanda che troviamo non un limite alla scienza, ma un invito a guardare oltre le scale e i grafici, verso ciò che le emozioni sono realmente: mappe interiori che non vogliono essere ridotte, ma raccontate, comprese e ascoltate.
E tu, pensi che la tua prossima emozione sia un numero… o una storia da raccontare?







