Lettera ad un’amica che non voglio dimenticare
In questa lettera aperta, l’autore si rivolge ad Annetta, amica e presenza quotidiana tragicamente uccisa da un femminicidio. Attraverso il ricordo di vent’anni di amicizia, di piccoli gesti e momenti condivisi, il testo diventa una riflessione intima e dolorosa sulla perdita, sulla memoria e sull’assurdità della violenza. È un atto di resistenza all’oblio e un ultimo saluto carico di amore e sgomento
Cara Annetta,
è la seconda volta nella mia esistenza che mi trovo a scrivere una lettera ad un amico ammazzato. Prima di te l’ho fatto per Giancarlo -o meglio- nel suo caso ne ho dovuto scrivere ben dodici, una sorta di epistolario onirico. Quello che vi accomuna è l’efferatezza con cui sono stati deturpati i vostri corpi delicati e gentili, ancora nel fiore della giovinezza non ancora del tutto vissuta; l’uno dalla mano camorristica, tu dalla mano folle di un femminicida. Voglio far finta che tu ci sia ancora, anzi sono sicuro che tu sia qui ora, che mi ascolti.
Transfuga oltre due decenni or sono dal capoluogo partenopeo ho scelto di vivere nell’amena cittadina metelliana, luogo di pace e ristoro dell’anima, e tu fosti una delle prime persone che ho conosciuto. Ciò che mi colpì fu la tua rara cortesia, raffinata gentilezza nel porgermi le prelibatezze della tua pasticceria, ed è questo che voglio ricordare tutta la vita, nei momenti belli, ma anche quelli brutti quando perdesti tuo padre, sono importanti per non farti cadere nell’oblio.
Mi accingo a scriverti solamente adesso, non all’indomani del tragico evento che aveva colpito e stordito l’intera città, per evitare che nell’immediato si perdesse nel coacervo dei commenti e dei ricordi che ti hanno dedicato sull’onda dell’emozione. Mi sono fatto forza per ripercorrere la strada verso il tuo negozio e già da lontano ho scorto tuttora il patema d’animo negli occhi dei tuoi fratelli, a cui mi sono lasciato andare in un accorato abbraccio. Come dimenticare quando ti schermivi alle mie battute in attesa di ritirare le consuete brighelle? Mi raccontavi frammenti della tua bella vita, ora me ne rendo conto, ma quella era il nostro quotidiano, fatto di episodi buffi, di risate e di amicizia profonda. Continuerò sempre a ricordare queste cose che mi tengono legate a te, è una sensazione che mi dà consolazione nei momenti in cui la tua immagine dovesse scomparire del tutto.
Non c’è alcuna giustificazione per il tuo boia, tuttavia forse non riusciamo ad accettare che la vita, per qualcuno, sia una pena, o semplicemente una delusione. Che faccia male anche in assenza di un male, anche se -nel suo caso- alloggiava nella sua mente malata. Ci rifiutiamo di prendere in considerazione che l’amore per la vita possa finire come a volte finisce l’amore: d’un tratto e senza motivo. Ci sembra innaturale, quasi uno scandalo. A meno che non ci sia una ragione: un dolore inarrestabile, una malattia inguaribile. Crediamo che sia vivo chi vuole vivere, e alla vita riconosce una bellezza assoluta, sacra e pura. Chi decide di morire e far morire, per noi, devia dall’attaccamento alla vita che crediamo naturale: lo fa per disperazione, per follia, per solitudine, lo fa sempre per una ragione, grave, profonda, buia.
Quell’insano ed efferato gesto appare come una sorta di lettera o di un ritratto: prova a raccontare che non si tratta semplicemente di profonda tristezza, ma di una rottura col reale, come si racconterebbe una vita qualsiasi, senza che la morte sia la chiave, il senso, il punto di inizio e anche quello di arrivo. Ma in definitiva è un tentativo che fallisce, come se la vita del tuo carnefice fosse la rappresentazione di questo fallimento: è il fatto di essersi tolto la vita che rende il tuo omicidio così vivo, efficace, utile, come trasformare un lutto in una relazione, una reciprocità che non si costruisce con il discorso o con la presenza, ma con l’intuizione. Come se nell’efferatezza del suo gesto egli avesse iniziato a conoscerti davvero, solamente con la tua triste dipartita. Una follia che gli dice: la tua morte renderà più intenso il mio gesto estremo. Certamente una pura crudeltà, una paranoia omicida, o una consolazione retorica, ed è l’opposto di quello che siamo abituati a sentire del dolore di chi resta. Cara Annetta, invece, tu dici: ora ti sei svelato per quel eri e sei stato! Ora sei davvero tu! Perché lui voleva esserci anche nella tua assenza e perché lui non riusciva ad aderire alla vita senza di te. Temeva di essere deluso e non voleva accettarlo. Osservava, della vita, la stessa cosa che osservava del viaggio: si compie nell’immaginazione, si disattende nella realtà.
Cara Annetta, grazie per questi vent’anni di una delle amicizie più appaganti che abbia mai avuto in quest’amena cittadina. Il modo in cui sei volata via mi ha fatto sentire come se non fossi mai esistito, ma immagino che per una reazione come questa, io abbia avuto un certo impatto. Per farmi male così tanto. Sono profondamente sgomento e ho il cuore spezzato, ma mi riprenderò. Te ne sei andata, senza averti potuto salutare, senza aver avuto il tempo di prepararmi a un distacco che lacera e ferisce di dolore la carne e l’anima. È ciò che accade quando si perde un amico caro.
Che la terra ti sia lieve, amica mia!







