La rivoluzione silenziosa dell’esserci
Martin Heidegger parlava dell’“esserci” come della dimensione più autentica dell’uomo. Non la performance, ma la presenza
Viviamo nell’epoca del “fare”. Fare esperienze, fare soldi, fare networking, fare contenuti. Se non stai facendo qualcosa, sembri sospetto. Invisibile. Inutile. Eppure, a volte, l’atto più sovversivo è restare. Esserci. Senza produrre niente.
Ce lo insegnano paradossalmente proprio i luoghi dove l’efficienza è sacra. Pensiamo alla frenesia delle grandi aziende come Google o Amazon: ambienti costruiti per massimizzare risultati. Eppure, le ricerche sulla produttività dicono che la creatività nasce nelle pause, negli spazi non programmati. Non quando “facciamo”, ma quando lasciamo essere.
Martin Heidegger parlava dell’“esserci” come della dimensione più autentica dell’uomo. Non la performance, ma la presenza. E anche nella spiritualità più concreta, quella di Madre Teresa di Calcutta, il gesto decisivo non era l’efficienza, ma la prossimità. Non risolveva tutto. Ma c’era.
Provate a pensarci: quando un amico attraversa un momento buio, cosa ricorderà? Il consiglio geniale o il fatto che siete rimasti seduti accanto a lui senza scappare?
“Esserci” è scomodo. Perché non dà like immediati. Non costruisce curriculum. Non si monetizza. Ma costruisce legami. E i legami sono l’unica cosa che non si può simulare.
Forse dovremmo smettere di chiederci continuamente “cosa posso fare?” e iniziare a domandarci “dove devo restare?”. È una domanda più lenta, meno spettacolare. Ma tremendamente più vera.
In un mondo che misura tutto in risultati, scegliere di esserci è un atto quasi rivoluzionario. E la vera provocazione è questa: se smettessimo per un attimo di correre per dimostrare qualcosa, scopriremmo che qualcuno aveva solo bisogno della nostra presenza?







