scritto da Gennaro Pierri - 10 Febbraio 2026 09:54

La fretta non è la risposta all’urgenza

In un’epoca che premia la velocità, rallentare è un atto radicale. Quasi sovversivo. Vuol dire dire: non mi lascio dettare il ritmo dalla paura. Vuol dire riconoscere che alcune risposte hanno bisogno di silenzio prima che di parole, di ascolto prima che di azione

C’è una frase che ci ripetiamo come un mantra stanco: “Non c’è tempo”. La usiamo per tutto. Per giustificare decisioni affrettate, parole mal dette, scelte che non abbiamo davvero scelto. Viviamo immersi nell’urgenza e abbiamo finito per confonderla con la fretta. Ma non sono la stessa cosa. Anzi: spesso sono nemiche.

L’urgenza è reale. Il mondo brucia, le notizie scorrono senza tregua, le crisi si accavallano. Siamo chiamati a reagire, a prendere posizione, a fare qualcosa subito. La fretta, invece, è una risposta emotiva: è l’ansia travestita da efficienza. È l’illusione che correre significhi andare avanti. E qui sta il paradosso: più abbiamo fretta, meno incidiamo davvero.

La fretta semplifica tutto in modo brutale. Riduce problemi complessi a slogan, persone a etichette, situazioni delicate a decisioni binarie. Ci fa credere che pensare sia una perdita di tempo, che dubitare sia un lusso, che fermarsi sia un fallimento. Eppure, le cose che contano, le relazioni, le scelte etiche, i cambiamenti profondi, non migliorano quando le acceleriamo. Peggiorano.

Pensiamoci: le decisioni prese di corsa raramente sono quelle di cui andiamo fieri. Sono quelle che “andavano fatte”, non quelle giuste. La fretta ci rende reattivi, non responsabili. Ci spinge a rispondere prima ancora di capire la domanda.

E qui arriva il punto scomodo: rallentare non significa ignorare l’urgenza. Significa prenderla sul serio. Solo chi si ferma riesce a distinguere ciò che è davvero urgente da ciò che è solo rumoroso. Solo chi si prende tempo può scegliere invece di reagire.

In un’epoca che premia la velocità, rallentare è un atto radicale. Quasi sovversivo. Vuol dire dire: non mi lascio dettare il ritmo dalla paura. Vuol dire riconoscere che alcune risposte hanno bisogno di silenzio prima che di parole, di ascolto prima che di azione.

Forse la vera domanda non è “quanto in fretta possiamo agire?”, ma “con quanta profondità vogliamo farlo?”. Perché il mondo non ha solo bisogno di risposte rapide. Ha bisogno di risposte vere. E quelle, quasi sempre, arrivano a passo d’uomo.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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