scritto da Gennaro Pierri - 25 Gennaio 2026 08:05

La fede che cambia: quando restare uguali diventa un rischio

La fede autentica non è immobile né rassicurante: cresce, inquieta e cambia. Restare uguali a se stessi può diventare un rischio quando si smette di cercare un Dio vivo

donna fede preghiera

Giorni fa in una classe (una terza, quindi ragazzi e ragazze di 16 anni) mi chiesero se la mia fede era cambiata nel corso del tempo e che tipo di fede fosse la mia. Una di quelle domande che non preventivi ma che ti capitano e a cui devi per forza rispondere. Gli alunni alla fine andarono via contenti perché – dissero – sentivano di avermi messo in difficoltà almeno per una volta!

Cosa dissi? Non ricordo tutto, ma qualcosa riesco a condividerla con i miei lettori. La fede, quando è vera, non è mai comoda. Non consola sempre, non rassicura a comando, non si lascia addomesticare. La fede, se presa sul serio, inquieta. E a volte costringe a cambiare. Perché anche credere, come vivere, implica lasciare qualcosa indietro.

C’è un’idea diffusa, rassicurante ma falsa, secondo cui la fede coincida con l’immobilità: stessi gesti, stesse parole, stesse certezze. Come se credere significasse restare identici a se stessi per tutta la vita. In realtà la fede autentica è dinamica, attraversata da fratture, dubbi, ripensamenti. È una relazione viva, e ogni relazione viva cambia nel tempo. Chi non cambia mai, spesso non crede: ripete.

Nella fede si resta a lungo per abitudine, per senso del dovere, per paura di “tradire”. Si resta in immagini di Dio che non parlano più, in linguaggi che non toccano, in risposte che non rispondono. Eppure la Scrittura è piena di partenze, di abbandoni, di strappi: Abramo che lascia la sua terra, Mosè che fugge, i discepoli che mollano reti e sicurezze. La fede non nasce dalla conservazione, ma dal rischio.

Lasciare, nella fede, non significa perdere Dio. A volte significa perderne una versione troppo piccola. Significa accettare che ciò che un tempo ci ha salvato oggi non basta più. Che alcune forme vanno lasciate perché il contenuto possa respirare. È un passaggio doloroso, spesso solitario, perché mette in crisi l’idea di coerenza e spaventa chi preferisce un Dio prevedibile a un Dio vivo.

Forse il vero atto di fede oggi non è restare a tutti i costi, ma avere il coraggio di attraversare il cambiamento senza smettere di cercare. Perché una fede che non cambia rischia di diventare ideologia. E allora la domanda, scomoda ma necessaria, è questa: stiamo custodendo la fede… o stiamo solo proteggendo le nostre paure?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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