Il venerdì senza carne? No, il venerdì senza alibi
E forse la vera domanda, oggi, non è cosa togliamo dal piatto. Ma cosa siamo disposti a togliere dalla nostra vita per far spazio a qualcosa di più grande
“Di venerdì non si mangia carne.” Quante volte l’abbiamo sentito dire? Sembra una regola uscita da un manuale in bianco e nero, una di quelle frasi che odorano di minestra di magro e di nonne inflessibili. E invece, se la guardiamo bene, è una delle provocazioni più attuali che la tradizione cristiana ci abbia lasciato.
La Quaresima non è una dieta spirituale per perdere qualche chilo di senso di colpa. È un allenamento alla libertà. E il venerdì senza carne non è un capriccio medievale: è un gesto simbolico potentissimo. La carne, per secoli, è stata il cibo della festa, dell’abbondanza, del potere. Rinunciarvi significava ricordare che non tutto ciò che possiamo permetterci ci serve davvero.
Nel diritto della Chiesa cattolica l’astinenza del venerdì richiama la memoria della croce, il giorno in cui l’amore ha scelto di non imporsi ma di donarsi. Non è questione di menu, è questione di memoria. È fermarsi un attimo e dire: oggi non consumo tutto, oggi mi trattengo. In un mondo che ti spinge a desiderare sempre di più, il gesto controcorrente è desiderare di meno.
Ma c’è di più. In un tempo ossessionato dalla sostenibilità, un giorno alla settimana senza carne è anche un atto ecologico. L’industria alimentare incide pesantemente su ambiente e risorse. Forse quella vecchia regola custodiva un’intuizione che oggi suona sorprendentemente moderna: il limite non è nemico della felicità, è la sua condizione.
E allora la domanda cambia. Non è: “Posso mangiare il prosciutto?” È: “Da cosa posso digiunare per tornare umano?” Dalla rabbia compulsiva sui social? Dall’ultimo acquisto inutile? Dall’indifferenza?
Il venerdì di Quaresima non è il giorno in cui Dio controlla il tuo frigorifero. È il giorno in cui tu controlli il tuo cuore. È scegliere di non essere schiavo dell’istinto, del consumo, dell’automatismo.
Provate a viverlo così: non come una rinuncia triste, ma come un esperimento di libertà. Scoprirete che non è la carne a mancare. È il senso che spesso manca alle nostre abitudini.
E forse la vera domanda, oggi, non è cosa togliamo dal piatto. Ma cosa siamo disposti a togliere dalla nostra vita per far spazio a qualcosa di più grande.







