Il pilastro della famiglia
Il ricordo di Silvano Battipaglia, figura storica di Nocera Superiore e punto di riferimento umano e familiare. Un uomo concreto e generoso, la cui presenza continua a vivere nei valori trasmessi a chi lo ha amato
Riceviamo e pubblichiamo
Mio nonno si chiamava Silvano Battipaglia ed era conosciutissimo a Nocera Superiore. Per tutti era il commerciante di bestiame, una figura storica del paese.
Per noi, però, era molto di più: era il capostipite, il patriarca, il punto saldo a cui tornavamo tutti, come navi che cercano l’ancora quando il mare si fa mosso.
Era nato e cresciuto a Taverne di Nocera Superiore, figlio di Maria Bevilacqua, “‘a sciampagnona”, donna forte, grande lavoratrice, anche lei figlia di quella stessa terra dura e generosa. Da lei aveva ereditato la tenacia, la dignità e il senso del dovere.
Mio nonno era un uomo concreto, poco incline alle smancerie, ma con un cuore enorme. Una persona buona, che c’era sempre quando c’era bisogno. E lo dimostrava anche nei piccoli gesti: offriva il caffè a tutti, perché per lui nessuno doveva sentirsi ospite. Oggi mi piace immaginarlo in Paradiso fare la stessa cosa, con la tazzina in mano e quel sorriso appena accennato, ad accogliere tutti come ha sempre fatto.
Ha trascorso tutta la sua vita accanto alla donna che amava, Rosa, sposata giovanissimo, quando lei aveva appena quindici anni e lui poco più di venti. Insieme hanno costruito una famiglia, una casa, un’esistenza intera. Oggi vederla così, lacerata dal dolore, è forse la cosa più difficile: perché non ha perso solo un marito, ha perso l’uomo con cui ha condiviso tutta la vita.
Parlare di “ricordo” mi fa ancora male, perché non riesco ad accettare davvero che non ci sia più. Per me il nonno è ancora lì, nel suo studio, nelle stalle, in giro per lavoro, sempre presente, sempre punto di riferimento.
L’ultima volta che l’ho visto era domenica 21. Andai a salutarlo ed era sorridente, più del solito. Mi fece una battuta che non dimenticherò mai:
“Totò, tu si ‘o meglio”, riferendosi al fatto che, essendo giovane, avevo meno pensieri. In quelle parole c’era tutto il suo affetto, detto a modo suo.
So che era orgoglioso di me. Del mio percorso di studi, del fatto che volessi diventare docente. Fu lui a chiamarmi “‘o prfssor”. Era felice anche che facessi giornalismo, anche se si teneva dentro i complimenti, un po’ per carattere, un po’ perché in questo era uguale a mia madre. Ma io li sentivo lo stesso.
Poi, il 22 dicembre, la nostra quotidianità è stata stravolta.
Una telefonata ci ha fatto correre, in modo disperato e velocissimo, all’ospedale di Pagani. Dopo poco ci hanno detto che un infarto fulminante lo aveva strappato per sempre a noi. Nulla sembrava vero. Io lo credevo quasi immortale, anche perché per noi lui era il punto di riferimento, la sicurezza che non sarebbe mai venuta meno.
Nonno, grazie di tutto.
Spero un giorno di diventare l’uomo e il padre di famiglia che sei stato tu.
La tua presenza non se ne andrà mai davvero.
Continuerà a vivere in noi, nelle nostre scelte, nei nostri valori, nel modo in cui ameremo le nostre famiglie.
Salvatore Salvato







