Epifania: davvero solo calze e zucchero?
L’Epifania nasce come un fatto cristiano, certo: ma racconta una storia di stranieri che cercano senso, attraversano confini e si lasciano guidare da una luce che non controllano. I Magi non appartengono, non possiedono, non comandano. Cercano. E trovano non un palazzo, ma una fragilità
Ogni anno, il 6 gennaio, le città si svegliano con una sensazione ambigua: da un lato l’eco delle feste, dall’altro la fretta e l’ansia di “tornare alla normalità”. L’Epifania resta sullo sfondo come una ricorrenza simpatica ma marginale, ridotta a calze, dolci e folklore. Ma siamo sicuri che sia tutto qui?
L’Epifania nasce come un fatto cristiano, certo: ma racconta una storia di stranieri che cercano senso, attraversano confini e si lasciano guidare da una luce che non controllano. I Magi non appartengono, non possiedono, non comandano. Cercano. E trovano non un palazzo, ma una fragilità.
In una città contemporanea – plurale, inquieta, spesso divisa – questo racconto è sorprendentemente attuale. L’Epifania dice che la verità nasce a volte dove non te l’aspetti, che il valore non coincide con il successo, che ciò che conta davvero può apparire ai margini. È una provocazione forte per comunità urbane abituate a misurare tutto in termini di visibilità, profitto, performance.
C’è poi un dettaglio scomodo: la luce dell’Epifania non è per pochi. Non seleziona, non esclude. Una città che celebra questa festa dovrebbe almeno chiedersi chi resta oggi invisibile: chi non ha voce, chi non fa notizia, chi non “serve” al racconto dominante.
E infine i doni. I Magi portano ciò che hanno. Noi cosa portiamo alla città in cui viviamo? Solo consumo e lamentele, o anche tempo, responsabilità, cura degli spazi comuni?
Forse l’Epifania non è la festa che chiude il Natale. Forse è una domanda scomoda lasciata aperta!







