scritto da Gennaro Pierri - 25 Marzo 2026 08:09

Empatia: non è diventare l’altro, è non rubargli la voce

La versione matura non rinuncia a capire, ma accetta un margine di opacità. Fa domande invece di riempire i silenzi

specchio donna empatia sorriso

“Ti capisco”. Lo diciamo al volo, come un riflesso. Ma se fosse una scorciatoia? Edith Stein suggeriva qualcosa di più esigente: l’empatia non ti consegna l’altro, ti mette davanti al fatto che non sei lui. E che non lo sarai mai.

Prendiamo una scena semplice: un amico perde qualcosa a cui teneva. Tu pensi a quando è successo a te e dici: “so cosa provi”. Funziona? A volte sì. Ma altre volte no, perché stai traducendo il suo dolore nel tuo vocabolario. È qui che l’empatia si biforca: o diventa proiezione, o resta ascolto.

La versione matura non rinuncia a capire, ma accetta un margine di opacità. Fa domande invece di riempire i silenzi. Non colonizza l’esperienza altrui con la propria. In termini più tecnici: integra empatia emotiva (sentire) ed empatia cognitiva (comprendere), senza confonderle con l’identificazione totale.

Per chi cresce dentro relazioni rapide e digitali, è una sfida concreta: rallentare. Non reagire subito. Lasciare che l’altro resti altro. È meno spettacolare, ma più vero.

Allora, la prossima volta che ti viene da dire “ti capisco”, prova a cambiare frase: “voglio capire—mi aiuti?”. È più onesta. E forse è l’inizio di un incontro reale.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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