Educare al silenzio: cosa insegniamo davvero con un minuto di raccoglimento
Il minuto di silenzio nelle scuole, pensato come gesto di rispetto, rischia di trasformarsi in un rito automatico che rassicura gli adulti ma lascia i ragazzi ai margini del senso. Il silenzio non è un atto neutro né spontaneo: per molti studenti è vuoto, disagio, imbarazzo. Questo articolo propone una riflessione sul valore educativo del silenzio e sulla responsabilità della scuola nel prepararlo e accompagnarlo, affinché diventi esperienza di ascolto, consapevolezza e assunzione collettiva del dolore, e non una pausa formale destinata a esaurirsi con il suono della campanella
Un minuto di silenzio nelle scuole per le vittime dell’incendio in Svizzera.
Un minuto. Sessanta secondi. Il tempo di abbassare lo sguardo, controllare l’orologio, aspettare che suoni la campanella.
Ma siamo sicuri che basti? E soprattutto: siamo sicuri di sapere cosa stiamo facendo quando chiediamo ai ragazzi di stare in silenzio?
Il rischio è evidente: il silenzio può diventare un gesto automatico, un rito svuotato, una pausa imposta che non interroga nessuno. Un silenzio “educato”, composto, ma innocuo. Un silenzio che non disturba, non scava, non cambia. Eppure il silenzio, quello vero, non è mai neutro.
Viviamo immersi nel rumore. Parole, immagini, notifiche. Anche il dolore, oggi, deve essere commentato in tempo reale. Per questo il silenzio ci mette a disagio: perché ci obbliga a fermarci. E fermarsi significa sentire.
I ragazzi lo sanno bene. Per molti di loro il silenzio non è pace, ma vuoto. Non è raccoglimento, ma imbarazzo. Allora viene da chiedersi: che cosa stiamo insegnando davvero con questo minuto di silenzio? A rispettare le vittime o semplicemente a “stare fermi” quando l’adulto lo chiede?
C’è una domanda che raramente osiamo porre: e se il minuto di silenzio servisse più agli adulti che ai ragazzi?
Serve a noi per sentirci a posto. Per dire che abbiamo fatto qualcosa. Per trasformare una tragedia in un gesto simbolico rapido, indolore, gestibile. Ma il dolore vero non è gestibile. È scomodo. Non sta nei tempi scolastici né nei comunicati ufficiali.
Un incendio che uccide giovani durante una notte di festa non è solo una notizia tragica: è una ferita che parla di fragilità, di sicurezza, di responsabilità collettiva. Il silenzio, se resta solo silenzio, rischia di coprire queste domande invece di farle emergere.
Forse il problema non è il minuto di silenzio, ma l’idea che il silenzio non abbia bisogno di essere spiegato. In realtà, il silenzio va educato. Preparato. Abitato. Un silenzio autentico non è passivo. Non è assenza. È ascolto. È presenza. È lo spazio in cui una comunità si assume il peso di ciò che è accaduto. Ma per arrivarci serve coraggio educativo: il coraggio di parlare prima del silenzio e di continuare a parlare dopo.
La vera domanda è: che cosa resta quando il minuto finisce? Se resta solo il rumore della ricreazione, allora abbiamo perso un’occasione. Se invece resta una domanda aperta, una inquietudine, una maggiore consapevolezza della fragilità della vita, allora sì: quel silenzio avrà parlato davvero. Perché il silenzio non serve a chi non c’è più. Serve a chi resta. E soprattutto a chi sta crescendo.







