scritto da Gennaro Pierri - 29 Gennaio 2026 10:07

Da soli ma non isolati: un altro modo di stare vicino agli adolescenti

Un adolescente non è un problema da risolvere: è un mondo da abitare

Troppe volte la solitudine viene raccontata come una statistica o un rischio sanitario; ma per chi la vive — dentro a un corridoio di scuola, dentro a uno schermo di smartphone, dentro a un cuore inquieto — è una questione esistenziale, non numerica. La solitudine non è manca gente, ma manca senso. E da adulti abbiamo smesso di chiederci cosa significhi davvero stare con un giovane senza riempire ogni silenzio con una risposta pronta.

Le ricerche internazionali parlano chiaro: la solitudine in adolescenza non è un episodio passeggero, è un’esperienza profonda che può predire ansia, depressione e fragilità psicologica anche anni dopo. Non conta quanto un ragazzo sia circondato da persone, ma quanto percepisca connessioni significative.

Eppure, continuare a dire “stai con gli amici”, “esci di più”, suona banale. Perché un adolescente può essere con tutti e sentirsi solo con tutti. La solitudine può coesistere con gruppi sociali, LIKE e chat piene di emoji — e proprio questo smaschera la realtà più profonda: i giovani oggi non cercano solo contatti, cercano relazioni che contino.

Stare vicino a un ragazzo non significa riempire ogni vuoto con parole, consigli o spiegazioni. Significa restare nella tensione del suo vuoto, ascoltare senza trasformare il suo dolore in diagnosi, senza correggerlo o anticiparlo. L’adulto capace di empatia — genitore, insegnante, educatore — è colui che non scappa davanti alla rabbia che non capisce, alla frustrazione che non sa interpretare, alla noia che sembra inerzia ma è vita che pulsa.

La vera presenza adulta non è fare qualcosa per l’adolescente; è esserci quando non sappiamo cosa fare. È mostrare che il vuoto non è un abisso in cui si sprofonda da soli, ma un territorio emotivo da attraversare insieme. È riconoscere che la solitudine non si cura con il rumore, ma con la presenza attenta, con lo sguardo che non giudica e con il tempo che non corre via.

Proviamo a vedere la solitudine non come un dramma da evitare, ma come uno spazio in cui un adolescente può scoprire sé stesso. Per questo, stare vicino non è sempre confortare; è a volte restare immobili nel silenzio, e nel farlo dire: “Ci sono, e posso ascoltare anche quando non capisco.” Questo non risolve tutto, ma cambia la traiettoria: da fuga verso un cammino dentro relazioni autentiche.

Perché il cuore di una relazione non è il dialogo perfetto. È il fatto che, quando quel dialogo manca, non ci sentiamo completamente soli.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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