Da soli ma non isolati: un altro modo di stare vicino agli adolescenti
Un adolescente non è un problema da risolvere: è un mondo da abitare
Troppe volte la solitudine viene raccontata come una statistica o un rischio sanitario; ma per chi la vive — dentro a un corridoio di scuola, dentro a uno schermo di smartphone, dentro a un cuore inquieto — è una questione esistenziale, non numerica. La solitudine non è manca gente, ma manca senso. E da adulti abbiamo smesso di chiederci cosa significhi davvero stare con un giovane senza riempire ogni silenzio con una risposta pronta.
Le ricerche internazionali parlano chiaro: la solitudine in adolescenza non è un episodio passeggero, è un’esperienza profonda che può predire ansia, depressione e fragilità psicologica anche anni dopo. Non conta quanto un ragazzo sia circondato da persone, ma quanto percepisca connessioni significative.
Eppure, continuare a dire “stai con gli amici”, “esci di più”, suona banale. Perché un adolescente può essere con tutti e sentirsi solo con tutti. La solitudine può coesistere con gruppi sociali, LIKE e chat piene di emoji — e proprio questo smaschera la realtà più profonda: i giovani oggi non cercano solo contatti, cercano relazioni che contino.
Stare vicino a un ragazzo non significa riempire ogni vuoto con parole, consigli o spiegazioni. Significa restare nella tensione del suo vuoto, ascoltare senza trasformare il suo dolore in diagnosi, senza correggerlo o anticiparlo. L’adulto capace di empatia — genitore, insegnante, educatore — è colui che non scappa davanti alla rabbia che non capisce, alla frustrazione che non sa interpretare, alla noia che sembra inerzia ma è vita che pulsa.
La vera presenza adulta non è fare qualcosa per l’adolescente; è esserci quando non sappiamo cosa fare. È mostrare che il vuoto non è un abisso in cui si sprofonda da soli, ma un territorio emotivo da attraversare insieme. È riconoscere che la solitudine non si cura con il rumore, ma con la presenza attenta, con lo sguardo che non giudica e con il tempo che non corre via.
Proviamo a vedere la solitudine non come un dramma da evitare, ma come uno spazio in cui un adolescente può scoprire sé stesso. Per questo, stare vicino non è sempre confortare; è a volte restare immobili nel silenzio, e nel farlo dire: “Ci sono, e posso ascoltare anche quando non capisco.” Questo non risolve tutto, ma cambia la traiettoria: da fuga verso un cammino dentro relazioni autentiche.
Perché il cuore di una relazione non è il dialogo perfetto. È il fatto che, quando quel dialogo manca, non ci sentiamo completamente soli.







