Contro il pollice che scorre: in difesa delle lettere d’amore
I messaggi istantanei sono efficienti, certo. Democratici, rapidi, ubiquitari. Ma anche intercambiabili, replicabili, spesso dimenticabili
Stamattina, in corridoio, nel caos delle interrogazioni di fine quadrimestre (e ho detto tutto) una mia alunna mi ha fermato e mi ha detto: «Prof, sarebbe bello tornare a scrivere una lettera a mano. Magari con un fiore dentro. Per dire a qualcuno che lo si ama. Non solo messaggi su WhatsApp o su potentissimi canali social». Poi è corsa in aula perché doveva essere interrogata. E io sono rimasto lì, stordito in mezzo al corridoio!
A pochi giorni da San Valentino, festa iper-commerciale e iper-digitale, l’idea sembra quasi sovversiva. Scrivere a mano, oggi, è un atto controcorrente. Richiede tempo, silenzio, imprecisione. Richiede il corpo, la grafia che trema, l’inchiostro che sbava, la carta che conserva l’odore di chi scrive. Una lettera non vibra in tasca. Aspetta. E nell’attesa cresce.
Le ricerche lo dicono chiaramente: la scrittura manuale attiva aree cognitive ed emotive più profonde rispetto alla digitazione veloce. Ma non serve uno studio neuroscientifico per capirlo. Basta ricordare cosa si prova nel ricevere qualcosa che non può essere cancellato o archiviato in una chat infinita. Una lettera occupa spazio. Chiede di essere custodita. O strappata, se necessario. Ma mai ignorata.
I messaggi istantanei sono efficienti, certo. Democratici, rapidi, ubiquitari. Ma anche intercambiabili, replicabili, spesso dimenticabili. Dire “ti amo” con lo stesso strumento con cui si manda un meme o si chiede “che fai?” forse dice qualcosa di noi. O di quello che stiamo perdendo.
Non si tratta di nostalgia sterile né di demonizzare la tecnologia. Si tratta di scegliere il linguaggio giusto per ciò che conta. L’amore, quello vero, sopporta la lentezza. Anzi, ne ha bisogno.
E allora la provocazione è questa: e se quest’anno, invece di cercare la frase perfetta online, provassimo a sporcarci le mani d’inchiostro? Se tornassimo a rischiare una parola scritta che non si può correggere?
Forse scopriremmo che non è la carta a essere superata. Forse siamo noi ad aver paura di fermarci davvero.







