Candelora: quando la luce smette di obbedire al calendario
La Candelora nasce molto prima del cristianesimo. È figlia di riti pagani legati al ciclo della luce, al ritorno del sole, alla paura, profondamente umana, che l’oscurità possa durare per sempre
Mi permetto leggere la festa di oggi 2 febbraio “la Candelora”, ovvero la Presentazione di Gesù al Tempio”, sotto una prospettiva diversa, senza nulla togliere alla sacralità della giornata. Mentre scrivo mi viene in mente come, in un cassetto di casa, mia mamma conservava la “candela della candelora” da accendere quando era cattivissimo tempo. Ricordo quei tempi con grande tenerezza!
C’è un momento dell’anno in cui l’inverno scricchiola. Non si rompe, non arretra davvero, ma lascia intravedere una crepa. La Candelora cade lì, in quel punto fragile tra buio e promessa. Il 2 febbraio, tradizione vuole che si benedicano le candele e si facciano previsioni sul tempo: “Se Candelora dell’inverno semo fora…”. Ma ridurla a un proverbio o a una ricorrenza religiosa è perdere l’occasione di leggerla come ciò che davvero è: un antico dispositivo culturale per addomesticare l’incertezza.
La Candelora nasce molto prima del cristianesimo. È figlia di riti pagani legati al ciclo della luce, al ritorno del sole, alla paura, profondamente umana, che l’oscurità possa durare per sempre. Accendere una candela, allora, non era un gesto simbolico: era una dichiarazione di fiducia nel futuro. Un modo per dire “resistiamo”, anche quando il freddo morde e le giornate sembrano non allungarsi mai.
Letta oggi, la Candelora parla sorprendentemente a noi. Viviamo in un tempo iper-illuminato, dove la luce è continua, artificiale, pervasiva. Eppure siamo spesso disorientati, stanchi, al buio dentro. Forse perché abbiamo smesso di distinguere tra luce che abbaglia e luce che orienta. La candela non illumina tutto: crea zone d’ombra, costringe a scegliere cosa guardare. È una luce umile, ma intenzionale. E questo, nell’epoca degli schermi sempre accesi, è quasi rivoluzionario.
Tradizione e innovazione, qui, non si escludono. La prima ci ricorda che l’attesa ha valore, che i passaggi contano. La seconda ci sfida a reinterpretare i gesti: quale “candela” accendiamo oggi? Un’idea? Una relazione? Una scelta controcorrente? La Candelora non promette che l’inverno sia finito. Promette solo che vale la pena prepararsi alla luce.
La provocazione finale è questa: e se invece di chiedere al calendario quando tornerà il sole, iniziassimo a chiederci dove siamo disposti ad accenderlo noi, anche con mani tremanti?







