scritto da Gennaro Pierri - 22 Febbraio 2026 08:06

Andare a vedere un morto per imparare a vivere: Francesco ci mette a disagio

Noi accumuliamo. Lui si è spogliato. Noi costruiamo brand personali. Lui ha distrutto il suo status sociale in piazza. Noi misuriamo tutto in visibilità. Lui ha scelto la marginalità. E il paradosso è feroce: l’uomo che ha scelto di sparire è diventato uno dei volti più riconoscibili della storia

Diciamolo senza giri di parole: nel 2026 milioni di persone andranno a guardare ciò che resta di un corpo: le spoglie di San Francesco d’Assisi saranno esposte nella Basilica di San Francesco d’Assisi in un’ostensione prolungata. Ottocento anni dalla sua morte. E noi lì, in fila.

La domanda vera è: perché?

Viviamo in un tempo che rimuove la morte. La nasconde negli ospedali, la sterilizza nei numeri, la filtra nei feed. E poi improvvisamente accorriamo a vedere le ossa di un uomo del Duecento. Non è folklore. Non è archeologia spirituale. È uno schiaffo.

Francesco non è per anime romantiche. È per chi ha il coraggio di essere disturbato. Perché davanti a quel corpo non puoi scappare: sei costretto a fare i conti con la tua fine. E con il modo in cui stai usando il tuo tempo.

Noi accumuliamo. Lui si è spogliato. Noi costruiamo brand personali. Lui ha distrutto il suo status sociale in piazza. Noi misuriamo tutto in visibilità. Lui ha scelto la marginalità. E il paradosso è feroce: l’uomo che ha scelto di sparire è diventato uno dei volti più riconoscibili della storia.

L’ostensione non celebra un morto. Smonta un’illusione. Ci ricorda che il potere non salva, l’immagine non salva, il possesso non salva. Francesco non ha lasciato beni, ma legami. Non follower, ma fratelli.

Ottocento anni dopo, il suo corpo continua a fare quello che ha fatto da vivo: provocare.
Perché la vera domanda non è se andremo a vederlo.

La vera domanda è: se oggi dovessero esporre la nostra vita — non il nostro corpo, ma le nostre scelte — cosa si vedrebbe?

Forse il punto non è contemplare Francesco. Forse il punto è decidere se abbiamo il coraggio di vivere in modo così radicale da diventare, un giorno, scomodi anche da morti.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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