2 febbraio, Candelora: la “juta dei femminielli” a Montevergine tra sacro e profano
La tradizione ricorda quel giorno del 1256 in cui la Madonna di Montevegine, che tutti chiamano Mamma Schiavona, salvò dalla morte due giovani scoperti durante un amplesso omosessuale
Le origini della Candelora, come per tutte le feste cristiane sono però arcaiche. Nell’antica Roma si celebravano in questo periodo i Lupercalia, la festa dei Luperci, uomini-lupo vestiti di pelle che, secondo la cerimonia, correvano nudi e colpivano con delle corregge di pelle di capra le donne presenti per assicurare loro fertilità.
La festività celebrava la luce, che si manifestava nell’allungamento della durata del giorno, in attesa dell’arrivo della primavera. Era tradizione celebrare la festa accendendo lumini e candele. Le donne in quei giorni giravano per le strade della città con ceri e lampade accese, simboli di luce.
La purificazione di Maria fu fatta coincidere con la festa pagana per togliere ai pagani questo costume. Secondo la legge ebraica la donna dopo il parto di un figlio maschio doveva rispettare un periodo di quarantena al quale seguiva una cerimonia di purificazione che le consentiva di rientrare nella comunità. Fino al secolo scorso qualsiasi partoriente subiva la quarantena dopo il parto e la seguente purificazione che coincideva col battesimo del bambino. Nella quarantena post partum la donna doveva rispettare tutta una serie di restrizioni, come avere un’alimentazione leggera, non mangiare carne soprattutto di maiale, non fare lavori pesanti, non avere rapporti sessuali e non uscire.
Ma oggi è un giorno speciale anche per un’altra ricorrenza sospesa tra religiosità e paganesimo: si celebra la “juta” (ossia il pellegrinaggio) da Mamma Schiavona dei femmenielli. Centinaia di fedeli, provenienti da tutta Italia, raggiungono in preghiera il santuario, per rendere grazie a una delle sette Madonne della Campania, la Madonna nera, protettrice di tutte e tutti, senza esclusioni dovute all’identità di genere o di orientamento sessuale, che “tutto perdona”. Tradizionalmente il pellegrinaggio comincia alle prime ore del mattino. Il silenzio si rompe nei pressi della scalinata che conduce al Santuario, quando i pellegrini, tenendosi a braccetto, intonano canti per la Madonna. Il rito prosegue con la Candelora e l’accensione delle candele, portate davanti all’altare in suo onore. È una celebrazione intensa, fatta di canti, balli e lacrime, ma sempre nel rispetto del luogo sacro. La festa continua poi sul sagrato, intonando i versi: «𝑺𝒕𝒂𝒕𝒕𝒊 𝒃𝒐𝒏𝒂 𝑴𝒂𝒅𝒐𝙣𝒏𝒂 𝒎𝒊𝒂, 𝒍’𝒂𝒏𝒏’ 𝒄𝒉𝒆 𝒗𝒆𝒏𝒆 𝒕𝒖𝒓𝒏𝒂𝒎𝒎’ 𝒂 𝒗𝒆𝒏𝒊̀».
Purtruppo quest’anno, nel giorno della Candelora, per la prima volta da decenni, Montevergine resta silenziosa. La frana dello scorso novembre ha reso inaccessibile il Santuario e, per motivi di sicurezza, non sarà possibile salire sul monte Partenio per la tradizionale celebrazione del 2 febbraio 2026. Eppure la devozione non si ferma. La Santa Messa vienetrasmessa in diretta alle ore 10, come annunciato dall’Abate Riccardo Guariglia, in attesa che la strada verso il santuario venga ripristinata.
La tradizione ricorda quel giorno del 1256 in cui la Madonna di Montevegine, che tutti chiamano Mamma Schiavona, salvò dalla morte due giovani scoperti durante un amplesso omosessuale. Secondo la leggenda, in seguito allo scandalo i due amanti furono incatenati sulla montagna e condannati a morire di stenti, ma la Madonna ebbe pietà di loro e li salvò scaldandoli con la sua luce. Da allora i femminielli, ovvero gli omosessuali, divennero devotissimi della Madonna di Montevergine e ogni anno il miracolo viene ricordato e onorato al suono di tammorre e nacchere, con canti licenziosi e vesti coloratissime.
Ma già molti secoli prima di Cristo salivano a Montevergine i Coribanti, i preti eunuchi della grande madre nera Cibele. Il suo tempio sorgeva proprio dove adesso c’è il santuario mariano. I sacerdoti si eviravano per offrire il loro sesso in dono alla dea e rinascere con una nuova identità. Si vestivano da donne con sete dai colori sgargianti. Si truccavano pesantemente gli occhi e attraversavano in gruppo le città.
Da secoli, in occasione di questa festa, i coribanti moderni, insieme a tantissimi pellegrini, salgono sulle cime di Montevergine, a 1270 metri di altezza, per rinverdire il legame speciale che li unisce alla Madonna Nera e salutare il nuovo anno con la benedizione di Mamma Schiavona.
Pier Paolo Pasolini, stregato dal fascino arcaico di queste nenie rituali, nel 1960 venne a Montevergine per registrare personalmente dalla viva voce delle devote e farne colonna sonora del suo Decameron. E ancor prima, Cesare Zavattini e Vittorio De Sica parteciparono al pellegrinaggio dei femminielli quando erano in cerca di ispirazioni per “L’oro di Napoli”.







