scritto da Guglielmo Scarlato - 10 Ottobre 2026 17:52

Quello che resta quando tutto il resto passa

Un ritorno inatteso alle radici di ciò che siamo davvero, prima dell’utilità e delle corse dell’età adulta. Un viaggio nella parte di noi che la scuola ha acceso e che continua, silenziosa, a dar senso al resto della vita

Una Giornata particolare di Aldo Cazzullo su Leopardi e sull’Infinito mi ha, per qualche istante, ricondotto ad un tempo molto lontano.

Non alla scuola che ricordo, ma al ragazzo che ero quando andavo a scuola. Ed è stato come ritrovare una parte di me che il tempo aveva coperto, ma non cancellato.

Mi sono chiesto quanto di quello che siamo oggi sia veramente nato dopo. Dopo gli studi. Dopo il lavoro.
Dopo la professione, le responsabilità, il denaro da guadagnare, la famiglia da costruire, le preoccupazioni, le ambizioni, le sconfitte e le piccole vittorie della vita adulta.

Tutto questo conta. È la vita che ci viene incontro e alla quale dobbiamo rispondere. Ma forse non è lì che si decide ciò che siamo.

La parte più profonda di noi si forma molto prima, quando ancora non sappiamo darle un nome.

Si forma negli anni in cui qualcuno ci mette davanti un libro e ci dice che quelle parole meritano di essere ascoltate. Quando scopriamo che un uomo vissuto duecento anni fa può parlare di noi. Quando una poesia riesce a dire qualcosa che noi sentivamo senza essere capaci di dirlo. Quando la storia ci fa capire che il presente non è comparso dal nulla. Quando la filosofia introduce nella nostra mente una domanda che non ci lascerà più. Quando la scienza allarga improvvisamente la misura del mondo. Quando l’arte ci insegna che esiste una parte della realtà che non può essere posseduta, misurata o trasformata in utilità.

Forse è questo che la scuola ci ha dato e che abbiamo compreso soltanto molto tempo dopo: non soltanto conoscenze, ma una forma dello sguardo.

Ci ha insegnato, senza dircelo, che il mondo non coincide con ciò che serve. Ed è una distinzione enorme. Perché poi la vita adulta ci porta quasi inevitabilmente verso l’utilità.

Si lavora per guadagnare. Si guadagna per vivere. Si costruisce una famiglia. Si fanno progetti. Si corrono giornate intere dietro alle cose necessarie. E lentamente rischiamo di confondere ciò che è necessario con ciò che è importante. Ma ciò che ci rende veramente umani spesso non serve a niente.

Una poesia non serve a niente. Un quadro non serve a niente. Una pagina di Leopardi non serve a niente. Una domanda di filosofia non serve a niente.

Eppure, senza tutto questo, la nostra vita sarebbe infinitamente più povera. Perché c’è una parte dell’esistenza che non produce, non rende, non costruisce e non paga nessuna bolletta. Ma dà un significato a tutto il resto. Forse per questo oggi guardo con una gratitudine diversa a quegli insegnanti.

Allora pensavo che mi stessero insegnando delle materie. Oggi capisco che, senza saperlo, stavano costruendo dentro di me un luogo nel quale avrei continuato ad abitare per tutta la vita. Ci hanno lasciato parole, idee, immagini, domande. Ci hanno consegnato una memoria del mondo.

E soprattutto ci hanno insegnato che esiste qualcosa che viene prima della nostra utilità sociale, prima del mestiere che faremo, prima dei soldi che riusciremo a guadagnare, prima persino del ruolo che avremo nella nostra famiglia.

Esiste la persona che siamo. Quella persona comincia a formarsi allora. E forse è per questo che, a distanza di tanti anni, basta tornare a Leopardi, a una poesia, a una pagina di storia, alla voce di un vecchio professore, perché qualcosa dentro di noi si riaccenda.

Non è soltanto nostalgia. È riconoscimento. Riconosciamo la sorgente. E comprendiamo che una parte essenziale della nostra vita non l’abbiamo costruita noi. Ci è stata donata. Da libri che abbiamo dimenticato di aver letto. Da insegnanti dei quali magari non ricordiamo più nemmeno il nome. Da anni che allora ci sembravano soltanto anni da attraversare e che oggi scopriamo essere stati gli anni in cui, senza saperlo, stavamo diventando ciò che siamo.

Forse è questo il debito più grande che abbiamo verso la scuola. Non averci preparato a guadagnarci da vivere. Averci insegnato, almeno per un momento, perché valeva la pena vivere.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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