scritto da Guglielmo Scarlato - 09 Ottobre 2026 16:23

La scelta degli elettori non può essere una finzione

Perché la nuova legge elettorale non restituisce davvero agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti

Per quasi tre anni l’Associazione Vincenzo Scarlato ha insistito su una questione che non appartiene né alla destra né alla sinistra e che, a nostro avviso, riguarda il cuore stesso della democrazia rappresentativa: chi sceglie davvero i parlamentari italiani?

La nostra risposta è sempre stata semplice: devono sceglierli gli elettori.

Non i capi partito. Non le direzioni politiche. Non le segreterie che decidono chi mettere nei posti sicuri e chi lasciare senza alcuna concreta possibilità di essere eletto.

È per questo che abbiamo combattuto il Rosatellum. Non perché avessimo una particolare preferenza per un sistema elettorale piuttosto che per un altro, ma perché ritenevamo — e riteniamo — che un Parlamento composto in larga misura da persone la cui elezione dipende dalla scelta dei vertici dei partiti finisca per indebolire il rapporto fondamentale tra rappresentante e rappresentati.

Un parlamentare dovrebbe poter guardare negli occhi i propri elettori e sapere che è da loro che proviene il suo mandato politico. Non dovrebbe avere come principale preoccupazione quella di non perdere il favore di chi lo ha collocato in posizione utile.

Era questa la battaglia.

Ed è questa la ragione per cui oggi, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, non possiamo limitarci a prendere atto del cambiamento del sistema.

Dobbiamo guardare dentro quel sistema.

E ciò che vediamo non ci rassicura.

Le preferenze non bastano se la scelta resta bloccata a monte

Si è voluto presentare l’introduzione delle preferenze come la restituzione agli elettori della possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Ma le preferenze convivono con capilista bloccati e altri meccanismi di selezione dall’alto. E qui sta la contraddizione.

Una preferenza ha senso se consente all’elettore di determinare realmente chi sarà eletto.

Se invece la parte dei parlamentari effettivamente selezionabile attraverso le preferenze resta minoritaria — secondo le stime circolate nel dibattito parlamentare, nell’ordine di un quinto o comunque di una quota largamente minoritaria — non si può parlare senza ulteriori precisazioni di una piena restituzione della scelta popolare.

Il problema, dunque, non è la presenza della preferenza sulla scheda. È il peso reale che quella preferenza avrà nella formazione del Parlamento.

Una preferenza che consente di scegliere soltanto una piccola parte degli eletti può diventare facilmente la rappresentazione simbolica di una partecipazione che, nella sostanza, rimane fortemente condizionata dalle decisioni dei capi partito. E allora il cittadino rischia di avere la sensazione di scegliere. Ma scegliere una parte dei parlamentari non significa scegliere il Parlamento.

Questa è la questione che non può essere nascosta dietro la parola «preferenze».

Perché la democrazia rappresentativa non consiste semplicemente nel mettere una croce su una scheda.

Consiste nel sapere quale persona il proprio voto contribuirà effettivamente a mandare in Parlamento.

Il Premio: quando la governabilità può allontanarsi dalla rappresentanza

C’è poi il premio di maggioranza.

La nuova legge assegna 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, quindi 105 parlamentari (tutti sottratti al gioco delle preferenze), alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere.

Non discutiamo qui della necessità di garantire governi capaci di governare. È un’esigenza reale.

Ma governabilità e rappresentanza non sono valori alternativi. La governabilità non può diventare la giustificazione per una compressione sproporzionata della rappresentanza.

Un premio elettorale deve servire a rendere possibile una maggioranza, non a trasformare una quota di consenso in una forza parlamentare molto superiore alla sua effettiva consistenza. Ed è proprio la struttura del premio — fissato numericamente , assai consistente e legato al raggiungimento della soglia del 42% in entrambe le Camere — a porre il problema. La discussione parlamentare ha evidenziato che la sua incidenza può essere molto significativa anche in presenza di una differenza contenuta tra le forze politiche.

Ma qui l’Associazione Vincenzo Scarlato vuole essere coerente fino in fondo. Non ci interessa chi prenderà quel premio. Non lo abbiamo contestato perché potrebbe favorire il centrodestra. Non lo difenderemmo se domani dovesse favorire il centrosinistra. Le regole della democrazia non possono essere giudicate in base a chi, occasionalmente, ne trae vantaggio. Devono essere giudicate in astratto, prima di conoscere il vincitore.

E proprio per questo possiamo dire una cosa che potrebbe sembrare paradossale: ci auguriamo che il premio non scatti per nessuno.

Non perché vogliamo impedire a qualcuno di governare. Ma perché potrebbe essere l’occasione per restituire alla politica una dimensione che abbiamo progressivamente perduto: la necessità di convincere, di trattare, di mediare, di costruire.

Forse un Parlamento nel quale nessuno disponga di una maggioranza artificiosamente costruita potrebbe costringere le forze politiche a confrontarsi sui problemi reali del Paese e a ricercare, volta per volta, soluzioni parlamentari. Non sarebbe necessariamente un segno di debolezza. Potrebbe essere, al contrario, un ritorno alla responsabilità propria di una democrazia parlamentare.

E poi c’è la Costituzione

C’è però un altro punto che non può essere trattato come una semplice innovazione tecnica della legge elettorale.

L’indicazione obbligatoria del candidato alla Presidenza del Consiglio.

La legge prevede che le forze politiche indichino il candidato, facendo salvo il rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica. Ma l’articolo 92 della Costituzione dice: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri».

Quella frase appartiene all’architettura costituzionale della Repubblica. Non è un dettaglio.

Il Presidente della Repubblica non è un semplice certificatore del risultato elettorale. Le sue prerogative fanno parte dell’equilibrio fra Parlamento, Governo e Capo dello Stato. Per questo l’indicazione elettorale del candidato alla Presidenza del Consiglio pone una domanda che merita una risposta costituzionalmente rigorosa: fino a che punto una legge ordinaria può predeterminare politicamente una scelta che la Costituzione affida al Presidente della Repubblica?

Non spetta a noi pronunciare una sentenza. Spetterà alla Corte costituzionale, che, certamente, su questo e su altri profili di paventata illegittimità costituzionale della legge sarà chiamata a pronunciarsi. Ma proprio per questo riteniamo necessario che nessuno abbia fretta di andare al voto prima che sia possibile un serio controllo sulla legittimità delle nuove regole. Abbiamo, però, il serio timore che avverrà esattamente il contrario.

Le regole della democrazia non sono una legge qualsiasi

C’è infine un problema di metodo che per noi non è secondario. Una legge elettorale non è una legge qualsiasi. È la legge attraverso la quale i cittadini esercitano uno dei diritti fondamentali della democrazia.

Per questo la Commissione di Venezia insiste da tempo sulla necessità di stabilità delle regole elettorali e sulla opportunità di non modificarne gli elementi fondamentali a ridosso delle elezioni.

E qui siamo proprio davanti a questo problema: una riforma radicale del sistema elettorale viene approvata alla fine della legislatura, quando il Paese è già proiettato verso il voto. È una scelta che merita una riflessione molto seria. Perché in democrazia non conta soltanto chi scrive le regole. Conta anche quando le scrive, con quale metodo e con quale distanza dalla competizione che quelle regole dovranno disciplinare.

È per questo che la nostra battaglia non finisce qui

L’Associazione Vincenzo Scarlato ha dedicato quasi tre anni a questo tema. Senza partiti di riferimento.

Senza interessi personali. Senza sapere quale forza politica avrebbe potuto beneficiare delle nostre proposte. Perché non abbiamo mai pensato che la legge elettorale dovesse essere fatta per qualcuno.

Abbiamo sempre pensato che dovesse essere fatta per tutti. Ed è proprio questa la differenza.

Non ci interessa se domani il beneficiario della legge sarà il centrodestra o il centrosinistra. Non ci interessa chi avrà più parlamentari.

Ci interessa che quei parlamentari siano realmente scelti dagli elettori. Ci interessa che il premio non trasformi una minoranza di voti in una maggioranza parlamentare sproporzionata. Ci interessa che l’indicazione del Presidente del Consiglio non alteri l’equilibrio voluto dalla Costituzione. Ci interessa che le regole elettorali siano scritte con sufficiente anticipo, con trasparenza e possibilmente con il consenso più largo possibile.

E soprattutto ci interessa che la politica italiana esca dalla logica per cui ogni regola è buona quando favorisce la propria parte e cattiva quando favorisce l’altra.

Una democrazia matura comincia esattamente nel momento in cui si accettano regole che potrebbero far vincere anche l’avversario.

Per questo, oggi, non chiediamo una legge elettorale che favorisca qualcuno. Chiediamo una legge elettorale che non appartenga a nessuno. Una legge che restituisca agli elettori il Parlamento. Una legge che non consegni i parlamentari ai capi partito. Una legge che tenga insieme rappresentanza e governabilità senza sacrificare l’una all’altra. Una legge che rispetti, e non aggiri, l’equilibrio della Costituzione.

E forse, dopo anni di contrapposizioni sempre più dure, sarebbe persino un bene che nessuno potesse conquistare il Parlamento attraverso un premio. Forse sarebbe il momento di tornare a costruire maggioranze con la forza delle idee, degli argomenti e della responsabilità.

Non con un premio. Non con una legione di nominati. Non con una scorciatoia.

Con la politica.

È per questo che, da quasi tre anni, continuiamo a ripetere una sola cosa: il Parlamento agli elettori. Non ai capi partito.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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