scritto da Chiara De Filippo - 28 Settembre 2026 10:02

Immigrazione e scuola a Genova: lo striscione della scuola Daneo e il boomerang dell’asterisco

Quando la forma si mangia il contenuto: come un errore di comunicazione ha regalato agli avversari la polemica sul woke

A Genova è successa una cosa che, raccontata in astratto, avrebbe dovuto avere una sola lettura possibile. Davanti alla scuola elementare (questa specificazione servirà tra poco) Daneo, che raccoglie per posizione (ed accoglie per formazione) da sempre una delle più comunità più multietniche della città, compare uno striscione ‘realizzato dai bambini’ (anche su questo ci torniamo tra poco): “Qui nessun* è stranier*”.

Intorno, ma con caratteri più piccoli, la stessa frase in francese, in spagnolo e in altre lingue. È la posizione di quella scuola (e dovrebbe esserlo di tutte) da sempre, ma quello striscione è stato issato in risposta politica alle nuove regole relative alla presenza di alunni stranieri nelle classi (tema che non è oggetto di questa analisi).

Poi due agenti in borghese lo rimuovono e se arrivano due agenti vuol dire che qualcuno li ha chiamati. Dopo varie ore di indagini sulla chiamata (Kafka ti sto pensando) si parla di un equivoco: dopo una segnalazione arrivata dalla sala operativa della polizia locale, avrebbero pensato a uno striscione lasciato da manifestanti dopo le tensioni della sera precedente finita in uno scontro tra antagonisti e polizia come coda non voluta di una sfilata di cittadini che chiedono presidi, sicurezza e legalità in Centro Storico. In mattinata la sindaca Silvia Salis si reca alla Daneo, incontra genitori e personale scolastico e definisce la rimozione dello striscione “un fatto grave”, spiegando di essersi messa in contatto con la Questura. Poco dopo annuncia che lo striscione è stato restituito ed è tornato al suo posto. Segue photo opportunity perché quelli che consigliano la Salis la comunicazione la sanno fare.

Fin qui la storia ha un torto e una ragione piuttosto chiari: togliere lo striscione di una scuola è stato un errore. Eppure nel giro di poche ore il dibattito si è spostato altrove. Non si parlava più dei bambini stranieri, né della rimozione. Si parlava di asterischi.

 

Il dettaglio che si mangia il messaggio

Sullo striscione, infatti, la frase italiana non era “Qui nessuno è straniero”, ma “Qui nessun* è stranier*”. E quegli asterischi sono diventati il bersaglio perfetto per esponenti politici nazionali e locali, commentatori, e un sacerdote genovese che si è chiesto pubblicamente cosa venga insegnato ai bambini, chiudendo con una domanda difficile da eludere dal punto di vista dell’analisi comunicativa (l’intento di questa mia) scrivere semplicemente “qui nessuno è straniero” dava tanto fastidio?

Prima ritorniamo su punto: ha senso continuare a dire, in risposta alle polemiche, che hanno scritto i bambini? Bambini che sono lì per imparare a scrivere?

Ma per chi si occupa di comunicazione il punto è un altro: quella domanda, e le polemiche che puntualmente sono arrivate, le ha servite lo striscione stesso.

Chi costruisce un messaggio pubblico dovrebbe porsi sempre una domanda preliminare: questo claim può essere frainteso? Può essere ridicolizzato? Può essere usato contro di me? Se la risposta è sì, il costo va messo in conto. Qui la risposta era sì, in modo prevedibile, e il costo è stato altissimo: una scuola che aveva subito un torto è finita sul banco degli imputati per una scelta grafica.

 

Un boomerang con tre traiettorie

La prima: l’asterisco ha spostato il frame. Il tema era l’inclusione degli alunni stranieri; è diventato l'”ideologia gender a scuola”. Un messaggio su cui una larga parte dell’opinione pubblica poteva essere d’accordo è stato trasformato in un terreno di scontro identitario dove quella stessa parte si schiera dall’altro lato.

La seconda: l’incoerenza interna. Sullo stesso striscione la frase compare in francese e in spagnolo nella forma corretta, al maschile generico, senza alcun segno. Se il messaggio funziona in tre lingue, perché in italiano aveva bisogno di una correzione? Agli occhi di chi guarda, l’asterisco non appare come inclusione ma come scelta militante.

La terza, la più paradossale: lo striscione parla di bambini che l’italiano lo stanno imparando. E usa una forma che non si può leggere ad alta voce, che non compare in nessuna grammatica e che un bambino appena arrivato in Italia non ha modo di decifrare. L’Accademia della Crusca, peraltro, ne ha già sconsigliato l’uso nella scrittura istituzionale. Un messaggio sull’accoglienza linguistica scritto in una lingua meno accessibile.

 

Il woke come problema di comunicazione, prima che di contenuto

È qui che il caso Daneo diventa esemplare. Molti errori attribuiti al “woke” non riguardano i valori che dichiara di difendere, ma il modo in cui li comunica: segni e formule che parlano soprattutto a chi è già convinto, e che a tutti gli altri suonano come un codice di appartenenza, o peggio come una lezione impartita dall’alto. Il risultato è che il simbolo diventa più rumoroso del contenuto.

Come corollario di tutto, colpisce che la locandina del presidio di lunedì 28 settembre, organizzato proprio dalla comunità Daneo, titoli “La scuola è aperta a tutte e a tutti”, citando l’articolo 34 della Costituzione. Una formula leggibile, pronunciabile, difficile da ridicolizzare. È la prova che l’alternativa esisteva.

Lavora nel settore bancario e si occupa di comunicazione. Laureata in Scienze Politiche e in Informazione ed Editoria all’Università di Genova, nei suoi articoli analizza politica, media, cultura e trasformazioni sociali, con particolare attenzione ai processi che influenzano l’opinione pubblica e il dibattito pubblico. La sua attività professionale si è sviluppata tra relazioni industriali e comunicazione istituzionale.

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