scritto da Guglielmo Scarlato - 26 Settembre 2026 14:19

Il Parlamento degli elettori o il parlamento dei cortigiani?

Un sistema elettorale che limita le preferenze reali rischia di consegnare le istituzioni alle oligarchie di partito. Tra capilista bloccati e listini, la scelta dei rappresentanti torna a dipendere dalle segreterie anziché dai cittadini

Il problema non è soltanto come si distribuiscono i seggi.
Il problema è chi sceglie le persone che quei seggi occuperanno.
L’8 gennaio 2024 nacque l’Associazione Vincenzo Scarlato. Fin dall’inizio decidemmo di occuparci di una questione che non appartiene alla destra, alla sinistra o al centro: la possibilità per gli elettori di scegliere davvero i propri rappresentanti.

Le liste bloccate del Rosatellum erano già allora il cuore del problema. L’elettore poteva scegliere una lista, ma non poteva scegliere liberamente le persone che quella lista avrebbe portato in Parlamento.
Per questo cominciammo a denunciare quel sistema e a chiedere che fosse radicalmente cambiato.
Non chiedevamo un vantaggio per qualcuno.
Chiedevamo una cosa molto più semplice: che il Parlamento tornasse ad essere scelto dagli elettori.
Oggi, invece, ci troviamo davanti a una proposta ( in via di prossima , definitiva approvazione alla Camera ) che rischia di rendere quella distanza ancora più grande.
E vale la pena spiegare concretamente che cosa potrebbe accadere.

La grande corsa dei candidati senza speranza

I collegi non saranno di grandi dimensioni e, secondo il meccanismo prospettato, eleggeranno sette parlamentari.
Formalmente ci saranno il capolista bloccato e altri candidati che potranno essere scelti attraverso le preferenze.
Ma è proprio qui che bisogna guardare alla realtà, non alla facciata della legge.
Sulla base dei rapporti di forza oggi rilevabili nei sondaggi — e naturalmente con tutte le incertezze che accompagnano ogni rilevazione — è prevedibile che, in gran parte dei collegi, soltanto Fratelli d’Italia e Partito Democratico, e neppure necessariamente in tutti i collegi, possano conquistare un secondo seggio oltre quello del capolista.
Gli altri partiti, nella gran parte dei casi, potrebbero conquistare un solo seggio: quello del capolista bloccato.
Facciamo allora un esempio.
Un collegio elegge sette deputati. Per sperare di ottenere un secondo seggio oltre il capolista bloccato occorre, a spanne, prendere non meno del quindici per cento dei voti nel collegio considerato. Gli istituti demoscopici danno oggi in quasi tutti i collegi oltre il quindici per cento solo Fratelli d’ Italia e Pd (con qualche isolata eccezione a favore del Movimento Cinque Stelle nel Mezzogiorno e in Sardegna, a favore di Forza Italia in un collegio calabrese e a favore di Futuro Nazionale in un collegio veneto). Gli altri partiti sono ben lontani da questa percentuale.
Simulazioni attendibili sostengono che al massimo due dei sette eletti di ogni Collegio saranno effettivamente scelti attraverso le preferenze; gli altri cinque saranno eletti perché capilista bloccati.
E allora la parola “preferenza” rischia di diventare ingannevole se non si dice contemporaneamente quanto poco essa potrà incidere sulla composizione reale del Parlamento.
Perché la domanda non è:
“Ci saranno le preferenze?”
La domanda è:
“Quanti degli eletti saranno effettivamente scelti attraverso le preferenze?”
E la risposta, sulla base dell’attuale distribuzione dei consensi, potrebbe essere: una minoranza molto ridotta.
Il paradosso è evidente.
Da una parte ci saranno moltissimi candidati che faranno campagna elettorale, cercheranno voti, incontreranno cittadini, spenderanno denaro ed energie, affronteranno la competizione delle preferenze. Ma nella maggior parte dei casi si affanneranno in una corsa nella quale il traguardo dell’elezione sarà realisticamente fuori dalla loro portata.
Dall’altra parte ci saranno i capilista. Per loro la corsa sarà diversa. Non dovranno conquistare la posizione attraverso le preferenze. La posizione utile sarà stata loro assegnata prima del voto.
E qui la competizione elettorale si trasforma in una curiosa rappresentazione della democrazia: alcuni corrono, altri attendono. Alcuni devono conquistare voti. Altri attendono l’incoronazione.
Alcuni devono convincere gli elettori. Altri devono soprattutto convincere — e conservare il favore — di chi decide la composizione della lista. È precisamente qui che riappare la figura del cortigiano.
Non nel senso personale o morale del termine. Ma nel suo significato politico più antico e profondo: colui la cui posizione dipende dalla vicinanza al potere che lo nomina.
Un Parlamento nel quale molti seggi dipendono dall’ordine stabilito dalle oligarchie di partito rischia così di produrre non soltanto rappresentanti degli elettori, ma anche cortigiani delle segreterie.
E questo vale indipendentemente dal colore politico dell’oligarchia che li sceglie.

E poi c’è il listino

La sottrazione all’elettore del potere di scelta non finisce con i capilista bloccati. Se scatterà il premio di maggioranza, una parte dei seggi (fino a 70 deputati e 35 senatori ) verrebbe attribuita attraverso il listino. Anche in questo caso il cittadino non sceglierà il singolo parlamentare. Non potrà esprimere una preferenza per lui. Non potrà propiziarne l’elezione. Il suo nome sarà già stato collocato in una posizione determinata dal capopartito. Anche il parlamentare del listino, dunque, sarà un parlamentare scelto attraverso un meccanismo di selezione interna alle forze politiche.

E così il Parlamento rischia di essere composto da una somma di persone diverse per modalità di ingresso: i capilista bloccati, scelti dalle oligarchie; gli eletti del listino, scelti dalle oligarchie;
e una quota assai minoritaria di parlamentari effettivamente scelti dagli elettori attraverso le preferenze.
Non è una distinzione secondaria. Perché il modo nel quale si entra in Parlamento condiziona inevitabilmente anche il rapporto di rappresentanza che si instaura dopo l’elezione.

Chi deve la propria elezione agli elettori ha un rapporto con gli elettori. Chi deve la propria posizione alla collocazione stabilita dalla segreteria del partito ha un rapporto diverso con i vertici che ne hanno consentito l’ elezione.
Non è difficile comprendere quale dei due rapporti possa diventare più forte quando la prima preoccupazione del parlamentare sarà quella di essere nuovamente collocato in una posizione eleggibile.
È questo il rischio di un Parlamento di cortigiani.
Non un Parlamento di persone incapaci. Non un Parlamento di persone indegne. Ma un Parlamento nel quale la fedeltà alla propria oligarchia può diventare più importante della responsabilità verso il proprio elettore.

Una legge elettorale non è proprietà di chi governa

C’è poi un’altra questione, ancora più delicata.
La legge elettorale non dovrebbe essere una legge come tutte le altre.
È la legge attraverso la quale il popolo forma il Parlamento.
Per questo dovrebbe essere costruita con particolare prudenza, con un orizzonte istituzionale e non con la convenienza immediata di chi dispone, in quel momento, della maggioranza parlamentare necessaria per approvarla.
E diventa difficile non interrogarsi quando una legge elettorale viene modificata a ridosso delle elezioni e secondo un meccanismo che può incidere direttamente sugli equilibri politici della consultazione imminente. Ancora più grave sarebbe farlo sapendo che alcune delle sue disposizioni potrebbero essere sottoposte al giudizio della Corte costituzionale e confidando, nel frattempo, che quel giudizio possa non arrivare prima del voto.
Perché allora si affaccerebbe una logica istituzionalmente inquietante: approvare oggi le regole; votare domani; considerare come la Corte abbia il compito di verificare eventualmente dopodomani se quelle regole erano costituzionalmente legittime. Ma se la sentenza arrivasse dopo le elezioni, il problema, quanto al suo effetto immediato, sarebbe soltanto teorico.
La partita democratica sarebbe già stata giocata. E una legge elettorale non dovrebbe essere costruita confidando anche nella possibilità che il controllo di costituzionalità arrivi troppo tardi per incidere sulla consultazione alla quale quella stessa legge è destinata ad applicarsi.
Questo non è un problema di parte.
È un problema di lealtà istituzionale verso la democrazia costituzionale.

La nostra domanda resta la stessa

Dal gennaio 2024 (come Associazione Vincenzo Scarlato) non abbiamo chiesto che fosse favorita una parte politica. Abbiamo chiesto che fosse restituita agli elettori la possibilità di scegliere.
E oggi la domanda è ancora tutta qui: chi sceglierà il prossimo Parlamento?
Se in un collegio di sette parlamentari soltanto due saranno scelti attraverso le preferenze e gli altri cinque arriveranno in Parlamento attraverso posizioni bloccate, possiamo ancora parlare, senza ulteriori precisazioni, di un Parlamento scelto dagli elettori?
Se poi una parte ulteriore dei seggi sarà assegnata attraverso un listino predeterminato dalle forze politiche, quale sarà lo spazio effettivo lasciato alla scelta popolare?
E soprattutto: che Parlamento vogliamo consegnare alla Repubblica?
Un Parlamento nel quale i candidati devono conquistare la fiducia degli elettori? Oppure un Parlamento nel quale molti devono conquistare soprattutto la fiducia di chi li può mettere in cima alla lista?
Perché il rischio non è soltanto quello di avere meno preferenze.
Il rischio è molto più profondo. È quello di fare (come già accade oggi) di gran parte dei parlamentari non rappresentanti scelti dal cittadino, ma cortigiani selezionati dall’oligarchia di partito.
E allora la battaglia contro le liste bloccate non è una battaglia che possa dirsi conclusa .
È ciò perché è una battaglia sulla qualità della nostra democrazia.
Non importa chi governerà. Non importa quale partito sarà favorito. Non importa quale coalizione avrà la maggioranza.
Le regole devono essere giuste anche quando a vincere sarà il nostro avversario. Perché una legge elettorale degna di una democrazia costituzionale non dovrebbe essere pensata per garantire il potere di chi oggi governa.
Dovrebbe essere pensata per garantire la libertà di chi domani voterà.
E tra un Parlamento di cittadini rappresentati e un Parlamento di cortigiani scelti dalle oligarchie, la differenza è tutta in quella semplice, antica domanda:

Chi sceglie?
Se non sono gli elettori a scegliere, qualcuno lo farà al posto loro.
E noi sappiamo già chi

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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