scritto da Guglielmo Scarlato - 07 Ottobre 2026 11:40

Il paradosso dell’inflessibilità: perché più manganello ostentato non significa più sicurezza reale

In Italia la durezza è diventata una scorciatoia politica: rassicura nell’immediato, ma raramente dimostra di ridurre i reati. Il paradosso è che più si ostenta il pugno di ferro, più si rischia di confondere la percezione di ordine con la sicurezza reale, che nasce invece da analisi, continuità e risultati misurabili

foto Angelo Tortorella

Da almeno dieci anni la politica italiana ci ripete una formula apparentemente semplice: per avere più sicurezza bisogna essere più duri.

Sindaci-sceriffo, ordinanze contro il bivacco, Daspo urbano, decreti sicurezza, telecamere, espulsioni, pene più severe, controlli straordinari, tolleranza zero. Il linguaggio cambia poco, da destra a sinistra: cambia magari il bersaglio — immigrati, baby gang, spacciatori, occupanti abusivi, vandali, ultras, senza fissa dimora — ma la promessa politica rimane sostanzialmente la stessa: più severità uguale più sicurezza.

È una promessa elettoralmente potentissima. Perché la paura è concreta, immediata, comprensibile. E chi promette di difendere i cittadini con fermezza appare, almeno nell’immediato, più credibile di chi parla di prevenzione, organizzazione dei servizi, urbanistica, disagio sociale, recidiva o politiche di lungo periodo.

Il problema è un altro: quanto di questa promessa viene poi verificato? Quante volte, dopo avere introdotto una nuova misura di sicurezza, ci chiediamo seriamente se i reati siano diminuiti? Se siano diminuiti proprio per quella misura? Se il fenomeno sia stato eliminato oppure semplicemente spostato qualche strada più in là?

Qui comincia il vero problema.

1. La sicurezza è diventata una parola politica prima ancora che una politica pubblica

La sicurezza è una delle poche questioni sulle quali un politico può ottenere consenso semplicemente mostrando di essere “duro”.

Annunciare un giro di vite è facile. Fotografare poliziotti in strada è facile. Annunciare pene più severe è facile. Molto più difficile è dimostrare, due anni dopo, che quella determinata misura ha effettivamente prodotto meno reati.

E questo vale sia per la destra sia per la sinistra.

La destra tende più frequentemente a utilizzare il linguaggio dell’ordine, della repressione e della certezza dell’autorità. Una parte della sinistra, quando si trova a governare città o territori alle prese con problemi di sicurezza, finisce spesso per adottare strumenti analoghi, magari con un linguaggio diverso.

Il punto, quindi, non è stabilire quale schieramento sia “buono” o “cattivo”.

Il punto è chiedere una cosa molto più semplice: una politica di sicurezza funziona oppure no?

E, soprattutto: come facciamo a saperlo?

2. Essere severi non è la stessa cosa che essere efficaci

Qui entra in gioco la criminologia, ma il concetto può essere spiegato senza formule complicate.

Gli studi sulla deterrenza, sviluppatisi soprattutto a partire dagli anni Settanta, hanno mostrato una cosa abbastanza intuitiva: per dissuadere qualcuno dal commettere un reato conta molto la probabilità che venga scoperto e rapidamente sottoposto a una conseguenza concreta.

Non basta dire: “Se lo fai, la pena sarà durissima”.

È molto più importante che il potenziale autore pensi: “Se lo faccio, è molto probabile che mi prendano.”

Questa distinzione è fondamentale.

Una pena teoricamente durissima ma applicata raramente può avere un effetto deterrente inferiore rispetto a una sanzione meno spettacolare ma certa e tempestiva. È un po’ come il limite di velocità.

Dire che chi supera il limite rischia una pena enorme serve a poco se tutti sanno che nessuno controlla. Un controllo frequente e credibile può invece modificare concretamente il comportamento.

Questo non significa che la severità delle pene sia irrilevante. Significa che la severità, da sola, non è una politica di sicurezza.

3. Ma allora perché il “pugno duro” funziona così bene politicamente?

Perché bisogna distinguere due effetti completamente diversi.

Una misura può essere efficace elettoralmente senza essere altrettanto efficace contro il crimine.

Il cittadino vede un controllo, una divisa, una telecamera, una retata, un’ordinanza. Vede lo Stato che “fa qualcosa”. E questo può ridurre momentaneamente la percezione di abbandono.

Ma la percezione di sicurezza e la sicurezza reale non sono la stessa cosa. Una persona può sentirsi più sicura perché vede più pattuglie sotto casa, anche se il numero dei reati non è cambiato. Al contrario, una politica molto efficace può essere quasi invisibile.

Se illumino una strada buia, elimino un punto di degrado, organizzo meglio il trasporto pubblico, seguo stabilmente un gruppo di giovani a rischio, concentro le pattuglie nei luoghi e negli orari in cui avvengono più reati, probabilmente non produco immagini televisive memorabili.

Ma potrei produrre più sicurezza.

Il problema è che la politica premia molto più facilmente ciò che si vede di ciò che funziona.

4. Gli studi criminologici non sono ricette da importare automaticamente in Italia

Qui occorre fare un’altra precisazione importante.

Non basta citare Becker, Sherman, la deterrence theory o il problem-oriented policing come se fossero formule matematiche universalmente applicabili. Gli studi criminologici sono stati condotti in contesti diversi: città americane, britanniche, europee; sistemi giudiziari diversi; livelli diversi di criminalità; differenti organizzazioni delle forze di polizia. Perciò non possiamo prendere un esperimento americano e dire automaticamente: “In Italia funzionerà nello stesso modo.”

Possiamo però utilizzare quelle ricerche per porci le domande giuste.

E la domanda fondamentale è questa: prima di spendere denaro pubblico e limitare libertà individuali per introdurre una nuova misura, abbiamo qualche ragione fondata per pensare che funzionerà? E dopo averla introdotta, siamo disposti a misurarne i risultati?

Questo è il punto che spesso manca nel dibattito italiano.

5. Spostare un problema non significa risolverlo

Prendiamo un esempio molto semplice.

Se in una piazza si concentrano spaccio, aggressioni o comportamenti molesti e il Comune interviene con controlli straordinari, può accadere che per qualche settimana il fenomeno diminuisca.

Ottimo. Ma che cosa succede dopo? Si è davvero ridotto il fenomeno oppure si è spostato nella piazza accanto?

È questa una delle questioni affrontate dalla ricerca sulla cosiddetta prevenzione situazionale e dagli studi sui “luoghi caldi” del crimine, gli hot spots: concentrare le risorse nei luoghi e nei momenti in cui si concentra realmente la criminalità può essere utile. Ma questo è molto diverso dal semplice “mandiamo più polizia dappertutto”.

La differenza è enorme.

Nel primo caso c’è una politica fondata sull’analisi dei dati. Nel secondo c’è soprattutto una dimostrazione di forza.

6. La sicurezza si costruisce spesso con politiche poco spettacolari

Le ricerche internazionali sulla prevenzione del crimine hanno individuato, con risultati differenti a seconda dei contesti, diverse strategie promettenti: interventi mirati nei luoghi ad alta concentrazione di reati, presenza stabile delle forze dell’ordine, collaborazione con i territori, interventi sull’ambiente urbano, presa in carico delle persone ad alta recidiva, prevenzione della criminalità giovanile, migliore coordinamento tra polizia, servizi sociali e amministrazioni.

Non significa che basti mettere una lampada in una strada per eliminare il crimine. Significa una cosa più seria: il crimine non è un fenomeno che si combatte con un solo strumento.

E soprattutto non è detto che lo strumento più visibile sia quello più efficace.

7. Il vero problema italiano: annunciare è facile, valutare è difficile

Ed è qui che la discussione dovrebbe cambiare. Ogni nuova politica di sicurezza dovrebbe avere, almeno idealmente, tre momenti: prima: qual è il problema? Dove si verifica? Quanto è grande? Perché si verifica? durante: quale misura adottiamo e perché riteniamo che possa funzionare? dopo: i reati sono realmente diminuiti? Dove? Quanto? Rispetto a quale periodo? E possiamo ragionevolmente attribuire il risultato alla misura adottata?

È quest’ultima domanda che quasi scompare dal dibattito politico. Perché se una misura funziona, bisogna poterlo dimostrare. Ma se non funziona, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo e cambiarla.

Questo dovrebbe essere il principio elementare di una buona amministrazione: non difendere una politica perché l’abbiamo annunciata, ma perché i risultati dimostrano che funziona.

8. E allora il paradosso dell’inflessibilità

Arriviamo così al paradosso. Se l’inflessibilità ostentata non riduce realmente la criminalità, abbiamo un problema: stiamo trasformando la sicurezza in un rituale politico. Spendiamo risorse, produciamo annunci, alimentiamo paure e percezioni, ma non risolviamo il problema.

Se invece quelle politiche funzionano e i reati diminuiscono, allora bisogna avere l’onestà di riconoscerlo e soprattutto di chiedersi quanto basta. Perché continuare indefinitamente a rilanciare l’allarme, inventando ogni volta un nuovo nemico e una nuova emergenza, quando gli indicatori mostrano già una situazione migliore, significa utilizzare la paura non più come problema da risolvere, ma come strumento permanente di consenso.

Ed è qui che destra e sinistra dovrebbero essere giudicate allo stesso modo. Non per quanto sono dure.

Non per quanto sono rassicuranti. Non per quanto sono capaci di produrre immagini di ordine.

Ma per una domanda molto più semplice: quale politica ha prodotto più sicurezza reale, e come lo sappiamo?

Perché il cittadino che vota non è tenuto a conoscere Becker, Sherman, gli hot spots o il problem-oriented policing. Non deve conoscere la letteratura criminologica internazionale.

Ha però diritto a qualcosa di molto più importante: che chi governa conosca quelle ricerche, sappia quali sono applicabili al nostro Paese, ne verifichi i risultati e non confonda la forza dell’annuncio con l’efficacia della politica.

La sicurezza non è una gara a chi usa il linguaggio più duro. È una politica pubblica. E una politica pubblica seria, prima o poi, deve rispondere alla domanda più scomoda di tutte: funziona?

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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