Hegseth e la fucilazione in diretta: la propaganda che crea martiri
L'esecuzione in streaming di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood, non spaventerà il terrorismo jihadista ma parla agli elettori americani imitando Iran e Corea del Nord. Un'analisi tra propaganda, filosofia politica e crisi della democrazia
Il 3 dicembre, alle 13 ora del Texas, un plotone di soldati dell’esercito americano farà fuoco su Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore e psichiatra militare che il 5 novembre 2009 uccise tredici persone e ne ferì trentadue all’interno di Fort Hood. L’ora non è casuale: è la stessa in cui, diciassette anni fa, Hasan aprì il fuoco nel centro dove i soldati attendevano le ultime visite prima di partire per l’Iraq e l’Afghanistan. L’esecuzione non avverrà nel chiuso di una camera della morte ma davanti a una manciata di testimoni accreditati e sarà trasmessa in diretta streaming, perché, come ha detto il segretario alla Difesa Pete Hegseth all’emittente conservatrice Real America’s Voice, “la gente deve poterla guardare”.
Gli Stati Uniti non mettevano a morte un condannato davanti al pubblico dal 1936, quando a Owensboro, nel Kentucky, migliaia di persone assistettero all’impiccagione di Rainey Bethea. L’esercito non giustiziava un proprio militare dal 1961, e l’ultima fucilazione militare risale al 1945. Quella di Hasan, dunque, non è soltanto l’applicazione di una sentenza emessa nel 2013 e divenuta definitiva dopo dodici anni di ricorsi. È una scelta di regia e come tale va letta per ciò che vuole comunicare, a chi, e con quali effetti.
La giustificazione ufficiale è antica quanto il patibolo: mostrare la punizione perché tutti comprendano che certe azioni hanno conseguenze gravissime. È la logica della deterrenza esemplare che tanto piace ai populisti (che poi sia nemesi dello stato di diritto è un altro discorso). Fatto sta che questa logica applicata a questo crimine, e a questo criminale, fallisce per definizione, anzi fa l’esatto opposto.
Chi è Pete Hegseth: un corpo come manifesto
Prima di parlare dell’omicida, o meglio del martire (vedremo perché), bisogna guardare alla regia di questa esecuzione, o meglio bisogna guardare il regista. Pete Hegseth, classe 1980, laureato a Princeton e alla Harvard Kennedy School, ufficiale della Guardia Nazionale con servizio a Guantanamo, in Iraq e in Afghanistan, ha costruito la propria notorietà non sul campo ma in televisione, come conduttore del weekend di Fox News. Nel gennaio 2025 è diventato segretario alla Difesa con una conferma al Senato ottenuta solo grazie al voto decisivo del vicepresidente, e da allora ha guidato quello che l’amministrazione ha voluto ribattezzare, anche nel nome, Dipartimento della Guerra. Un suo libro del 2020, che si intitola American Crusade, crociata americana (potrebbe essere un titolo alla Philip Roth e invece proprio no), si chiude con due parole latine: Deus vult.
Quelle stesse parole Hegseth le porta tatuate sul braccio. Deus vult, “Dio lo vuole”, è il grido con cui, secondo la tradizione, papa Urbano II lanciò la Prima crociata nel 1095.
Sul petto porta una grande croce di Gerusalemme, una croce centrale circondata da quattro croci minori: l’emblema del regno crociato nato dalla conquista della città santa. Sull’avambraccio, una spada inscritta in una croce. Simboli crociati quasi scomparsi dall’uso religioso corrente, ma prontamente recuperati rnegli ultimi anni dall’estrema destra; gli stessi simboli comparivano sulle bandiere dei suprematisti bianchi a Charlottesville nel 2017 e tra la folla che assaltò il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Secondo il racconto dello stesso Hegseth, fu proprio la croce sul petto, segnalata da un commilitone come possibile simbolo estremista, a fargli revocare l’incarico di servizio per l’insediamento di Joe Biden. Lui l’ha sempre difesa come un semplice simbolo cristiano.
Ma è il tatuaggio più recente a dire di più. Nel marzo 2025, già ministro, Hegseth ha pubblicato alcune foto in cui compariva, subito sotto Deus vult, una parola in caratteri arabi: كافر, kāfir, “miscredente”, “infedele”. Nel lessico teologico islamico indica chi rifiuta la fede; nella propaganda jihadista è l’etichetta che trasforma l’altro in bersaglio legittimo. Insomma Hegseth se l’è incisa addosso rivendicando per sé il nome che il nemico gli assegna.
È un gesto che dice moltissimo ai fini di questa analisi. Chi si tatua kāfir accetta, e anzi celebra, la mentalità del nemico, quella di uno scontro di religioni: crociati contro jihadisti, fedeli contro infedeli. È esattamente lo storytelling su cui lo Stato Islamico ha costruito il proprio reclutamento, e che le democrazie occidentali (in quanto ‘esportatori di democrazia’ ™️ ) hanno cercato per vent’anni di disinnescare, ripetendo che la guerra era contro il terrorismo e non contro l’Islam. Il ministro della Difesa americano ha scelto invece di tatuarsela e usare il proprio corpo come manifesto politico e ora si appresta ad usare come manifesto il corpo di un altro.
Chi è lo spettatore designato?
E del resto, questo personaggio degno di un cattivo della Marvel mal disegnato, a luglio 2026 aveva annunciato, con un video intitolato “The High-T Department of War”, l’introduzione di test annuali del testosterone per tutti i militari sopra i trent’anni, con terapia ormonale per chi risulta sotto la soglia, (nonostante le linee guida mediche sconsiglino gli screening a tappeto, ma… who cares?). L’obiettivo di questa panzana? Garantire “il più alto standard maschile”, ovvero trasformare la virilità in parametro di Stato.
Un linguaggio che è quello della vendetta messa in scena, non quello dell’amministrazione della pena. Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ha descritto come il supplizio pubblico dell’Ancien Régime non servisse tanto a ristabilire la giustizia quanto a manifestare il potere del sovrano sul corpo del colpevole (salvo poi essere decapitato lui stesso). La modernità aveva progressivamente nascosto l’esecuzione, trasformandola in una procedura burocratica e silenziosa, quasi vergognosa di sé. Riportarla alla luce, e per giunta in diretta, significa riattivare quella funzione arcaica che vede (anzi fa vedere) la pena come rito di riaffermazione della forza.
A rendere più facile questa narrazione è la storia dell’assassino che verrà giustiziato.
Nidal Hasan era un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti, un medico in uniforme, un cittadino americano. La sua strage fu un tradimento dall’interno, ciò che Hegseth ha definito un attacco islamista radicale dentro i ranghi. Fucilarlo per mano di un plotone di soldati, nel luogo stesso del massacro e all’ora del massacro, è un rito di purificazione dell’istituzione militare. L’esercito espelle il corpo estraneo e lo fa sotto gli occhi della nazione in un rito di purificazione. Il messaggio allora a chi è rivolto?
Alle forze armate e al Paese, molto più che ai nemici esterni. E non a caso arriva dopo che Hegseth ha riportato la base al suo vecchio nome, Fort Hood, dopo la breve parentesi di Fort Cavazos (anche la toponomastica, in questa amministrazione, è una dichiarazione di identità).
Non è nemmeno la prima volta che l’America si interroga sul mostrare una morte di Stato. Nel 2001 l’esecuzione di Timothy McVeigh, autore della strage di Oklahoma City, fu trasmessa a circuito chiuso, ma solo per i sopravvissuti e i familiari delle vittime. Allora si riconosceva alle vittime un diritto a vedere; oggi si offre a chiunque, senza filtri, lo spettacolo della morte.
Come si minaccia chi ha già scelto di morire?
La letteratura sul terrorismo lo ha documentato a lungo: la morte dell’attentatore è parte integrante del messaggio terroristico. Non c’è un’analisi costi/benefici e per questo quel tipo di terrorismo non si lascia scoraggiare dalla prospettiva della punizione. Davanti a questo tipo di mentalità, la minaccia “guarda che cosa ti succederà” non ha presa, perché ciò che gli succederà è esattamente ciò che desiderano.
Il caso di Hasan è, sotto questo profilo, quasi didascalico. Al processo scelse di difendersi da solo, non chiamò testimoni, non contestò le accuse, ammise di essere l’autore della strage. I difensori nominati d’ufficio espressero apertamente il timore che stesse cercando la condanna a morte. Film e serie tv, non ultima Fauda, sula retorica del martirio come destino glorioso si sprecano. Ma allora perché Hasan non è morto o meglio non si è suicidato per compiere la strage? Perché non è riuscito a Portare a termine il suo compito. Un agente gli ha sparato prima che riuscisse ad uccidersi, lasciandolo paralizzato.
Mostrare la sua morte, dunque, non scoraggerà il prossimo Hasan, anzi! Gli mostrerà che l’esito promesso dalla propaganda jihadista si compie davvero, e che il martire ottiene persino ciò che la gran parte dei martiri non ha: un pubblico mondiale, una diretta, un orario solenne scelto dal nemico stesso.
Il Pentagono produttore di martiri
Per capire la portata dell’errore occorre guardare all’altra propaganda, quella che il Pentagono crede di combattere. Il jihadismo contemporaneo è stato, prima ancora che un fenomeno militare, un fenomeno mediatico. Al-Qaeda ha costruito il proprio prestigio sulle videocassette dei testamenti dei suoi attentatori; lo Stato Islamico ha portato a quella sceneggiatura una professionalità cinematografica, con produzioni curate, montaggi, musiche, con la morte come contenuto principale. In quell’universo simbolico il martire filmato è la merce più preziosa: il suo volto diventa icona, il suo nome diventa incitazione e la sua fine diventa la prova che il patto con il sacro è stato onorato.
A perfezionare questa retorica l’impianto ideologico di contrapposizione tra un Occidente che ama la vita e teme la morte, e combattenti che amano la morte più di quanto il nemico ami la vita. È una formula che ricorre da decenni nei proclami jihadisti, e il suo scopo è proprio rendere inefficace la minaccia. Uno Stato che risponde mettendo in scena la morte del martire non smentisce quella retorica ma la conferma, e le fornisce gratuitamente il materiale. Complimenti!
Non c’è bisogno di avere la sfera di cristallo per sapere che fine farà il filmato della fucilazione di Hasan: verrà scaricato, ritagliato, sottotitolato, rimontato con nuove colonne sonore e inserito nei canali di reclutamento. Lo vedrete nei telegiornali e lo spacceranno pure per uno scoop.
Teheran e Pyongyang: la paura come strumento di governo
Quando la Repubblica islamica impicca un oppositore a una gru in una piazza (chi ha visto Homeland in questo momento starà ricordando l’episodio più bello di tutta la serie), il destinatario del messaggio non è un nemico esterno disposto a morire. È il cittadino comune, lo studente che il giorno dopo pensava di tornare in strada. Lo stesso vale per le esecuzioni negli stadi nordcoreani, documentate dalle testimonianze dei disertori e dalle organizzazioni per i diritti umani, inflitte talvolta per reati come la diffusione di film e musica stranieri. In questi casi lo spettacolo della morte si rivolge a una popolazione che vuole vivere, e proprio per questo funziona. È terrore di Stato nel senso tecnico del termine. È la paura come strumento ordinario di governo che agisce su chi ha qualcosa da perdere.
I regimi autoritari usano l’esecuzione pubblica in modo crudele ma razionale, perché la puntano verso un bersaglio vulnerabile alla paura. Il Pentagono non invece la punta verso il solo bersaglio a cui la paura fa un baffo. Se si toglie la deterrenza, che contro il martire non esiste, all’esecuzione in diretta resta una sola funzione possibile, quella identitaria. Non intimidire il nemico, ma rassicurare e galvanizzare i propri.
Una democrazia che prende in prestito il linguaggio visivo di Teheran non ottiene l’efficacia di Teheran; ottiene soltanto di somigliarle.
La democrazia che prende in prestito il patibolo
Che cosa resta della democrazia liberale in quello che si autodefinisce (e tutti gli altri in coro) cone la più antica e grande democrazia del mondo?
La democrazia non coincide con il voto. Le democrazie occidentali sono democrazie liberali, cioè sistemi in cui la sovranità popolare è vincolata da limiti costituzionali che proteggono l’individuo dal potere, anche quando quell’individuo è il più odioso dei colpevoli.
Gli Stati Uniti sono ancora una democrazia? Oppure sono una democrazia illiberale, cioè un regime che conserva le elezioni ma è svuotata questi limiti. La pena, in una democrazia liberale, è l’esercizio misurato di un potere che sa di dover rendere conto; quando diventa uno strumento di mobilitazione emotiva, il suo fondamento si sposta dal diritto al consenso.
La risposta la avremo ad un prossimo 6 gennaio.







