Cava de’ Tirreni, Vite in sospeso: l’appello di un fratello alle istituzioni
Se c’è un dirigente dell’ASL di Salerno, un responsabile del Dipartimento di Salute Mentale di Cava de’ Tirreni o un rappresentante dell’amministrazione comunale disposto ad assumersi una responsabilità concreta, lo faccia ora
Riceviamo e pubblichiamo con l’avvertenza che i nomi delle persone sono di fantasia, non le situazioni rappresentate
Voglio leggere queste parole ad alta voce.
Non sono uno sfogo.
Non sono un attacco.
Sono un appello.
Mio fratello Michele ha più di sessant’anni.
Da quando aveva poco più di vent’anni convive con una diagnosi severa: schizofrenia a prevalenza negativa definita nel tempo farmacoresistente.
Farmacoresistente significa che nel corso degli anni non si è mai raggiunta una stabilizzazione duratura nella vita autonoma.
Ma c’è un dato che per noi è decisivo.
L’unico periodo di reale equilibrio è stato quando Michele ha trascorso complessivamente circa un anno e mezzo in due strutture salernitane, dove la terapia veniva somministrata e monitorata con continuità.
In quei periodi era diverso.
Era presente.
Dialogava.
Usciva.
Si poteva parlare con lui.
C’era confronto.
Non era guarito.
Ma era stabile.
Questo non è un ricordo emotivo.
È un dato osservabile.
Quando la terapia è monitorata con continuità, Michele cambia.
Questo significa che il problema non è solo la diagnosi.
È la continuità della presa in carico.
Da quando è tornato a casa, la situazione è cambiata. A domicilio l’aderenza terapeutica non è verificabile.
Non riconosce la malattia.
Rifiuta controlli approfonditi.
Oggi non esce quasi più.
Se esce, è solo per comprare le sigarette.
Per il resto resta chiuso.
Isolato.
Spesso dialoga con presenze che per lui sono reali.
Mi chiama e mi dice:
“Ti chiamo Alberto, è qui accanto a me, e te lo passo.”
Aspetto. Silenzio.
“Non vuole parlare.”
Poi richiamo davvero Alberto.
“Ma io Michele non lo vedo da mesi.”
Durante la notte mi arrivano messaggi.
Mi scrive convinto che io stia parlando con lui in quel momento.
Poi, poco dopo, ne manda un altro: “Scusami, era tardi.”
Parla di persone che sarebbero lì accanto a lui.
Di amici che vogliono intervenire nella conversazione.
Ma quando verifico direttamente, quegli amici non lo vedono da tempo.
Non è fantasia.
È disorganizzazione della realtà.
In casa ci sono state grida improvvise a qualsiasi ora.
Momenti di forte tensione con nostro padre, che è molto anziano.
Parole che fanno paura.
Non per cattiveria.
Perché la malattia, quando non è stabilizzata, può diventare imprevedibile.
Io sono suo fratello.
Vivo lontano.
Sul campo, ogni giorno, è rimasta nostra sorella con la sua famiglia.
La gestione ricade quasi interamente su di lei.
Siamo stanchi.
Ma non indifferenti.
Negli anni ci sono stati TSO.
Ricoveri.
Comunità terapeutiche.
E lo ribadisco: nelle strutture che lo hanno accolto non abbiamo nulla da contestare sul piano umano e professionale.
Il problema è il dopo.
Il problema è cosa accade quando una persona affetta da schizofrenia farmacoresistente torna a casa senza un supporto territoriale proporzionato alla gravità della condizione.
Abbiamo inviato comunicazioni formali.
Esistono PEC e segnalazioni protocollate.
L’ASL di Salerno è a conoscenza della situazione.
Il Dipartimento di Salute Mentale competente per Cava de’ Tirreni è a conoscenza della fragilità del contesto.
L’amministrazione comunale è a conoscenza delle difficoltà familiari.
Non stiamo accusando.
Stiamo chiedendo un aiuto concreto.
La farmacoresistenza non si gestisce con interventi sporadici.
Non si misura in venti minuti di colloquio.
Abbiamo avviato percorsi giuridici per una tutela più strutturata.
Ma sono lunghi.
Nel frattempo serve una presa in carico più intensa, più continuativa, più responsabile.
Se c’è un dirigente dell’ASL di Salerno, un responsabile del Dipartimento di Salute Mentale di Cava de’ Tirreni o un rappresentante dell’amministrazione comunale disposto ad assumersi una responsabilità concreta, lo faccia ora.
Contatti la redazione che ospita questo articolo.
La redazione è in possesso dei nostri riferimenti e della documentazione già trasmessa negli anni.
Noi siamo disponibili immediatamente.
Non vogliamo che questa storia diventi un fatto di cronaca.
Perché quando un fatto grave accade, i nomi e le responsabilità emergono inevitabilmente.
E noi vogliamo evitarlo adesso.
Siamo stanchi.
Ma non indifferenti.
E finché avremo voce, continueremo a usarla.
“Adesso è il momento di intervenire. Non dopo.”







