Cava de’ Tirreni, il professor Marco Galdi commenta il VI canto del Purgatorio alla Lectura Dantis Metelliana
Il canto ha un contenuto fortemente “politico” come ogni sesto canto della Commedia
Si è tenuta ieri, 10 marzo, presso la gremita Sala Consiliare del Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, il terzo incontro della Lectura Dantis Metelliana.
L’ospite d’eccezione è stato il prof. Marco Galdi, Presidente Onorario della Associazione, che ha tenuto una coinvolgente lezione dal titolo Identità, frammentazione e Provvidenza. Lettura di Purgatorio VI.
Il canto ha un contenuto fortemente “politico” come ogni sesto canto della Commedia. Il relatore ha sottolineato infatti tale struttura simmetrica: come il VI canto dell’Inferno (Ciacco) trattava della corruzione di Firenze e il VI del Paradiso (Giustiniano) tratterà dell’Impero, il VI del Purgatorio si concentra sul destino dell’Italia.
Nella feroce invettiva “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!” Galdi ha evidenziato come Dante non si limiti a una critica distruttiva, ma denunci l’assenza di una guida nella sua “Fiorenza”, contrassegnata da odi, rancori e dilaniata da costante conflitto interno. Non a caso Dante invoca l’arrivo di un Imperatore che possa dettare le condizioni della pace, preservando il diritto.
Il professor Galdi ha spaziato con sapiente maestria da Dante ad Aristotele, sottolineando come la visione dantesca della centralità dell’impero risenta del pensiero dello Stagirita, che in particolare in una sua epistola “Sul regno”, indirizzata ad Alessandro Margno, osservava come l’impero fosse la migliore forma di governo.
Il VI del Purgatorio si conferma non solo come capolavoro poetico ma come un monito sul valore dell’unità e della responsabilità civile. La “serva Italia” di Dante è ancora oggi uno specchio in cui riflettersi per comprendere le luci e le ombre del nostro passato e soprattutto del nostro presente.
Non è mancato un passaggio sull’ironia sferzante che chiude il canto. Dante rivolge un finto elogio a Firenze, descrivendola come una città così “attenta” al bene comune da cambiare leggi, monete e costumi ogni mese!







