scritto da Rosa Montoro - 09 Ottobre 2026 13:08

Grazia Deledda, cento anni dopo: il destino, la luce e le verità che non sappiamo vedere

Un secolo dal Nobel alla scrittrice sarda che ha raccontato l’uomo nella sua lotta contro il destino: mentre i modelli contemporanei inseguono l’effimero, le sue storie continuano a parlarci con una forza che non si sgretola

Grazia Deledda è ancora l’unica donna italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura, 10 dicembre 1926. Sono cento anni.

Mi sorprende sempre quando duri poco la vita di un uomo, ma quella spirituale può lasciare tracce incredibilmente lunghe. Pensiamo a Omero. Sì lo so… non ho scoperto niente di nuovo, ma volevo ricordarmelo, ricordare che i modelli vincenti attuali sbeffeggiano tutto questo, inseguono il corpo perfetto, privo di sguardo e pensiero. Intanto io sono qui 100 anni dopo, a leggere e rileggere Canne al vento, Elias Portolu e mi ritrovo nelle sue descrizioni evocative, nel suo modo di cercare la luce, i colori e i mutamenti della natura di quell’uomo inquieto, che poco somiglia agli ideali etici e morali che dichiara.

Grazia Deledda è nata a Nuoro nel 1871 (riporta lei stessa una curiosità: non ha certezza sul suo anno di nascita, perché non erano registrati subito ed erano sette figli). È morta a Roma nel 1936. Dopo aver frequentato pochi anni di scuola, soltanto quattro, fu formata da un istitutore, come si usava allora, soprattutto per le figlie femmine, con l’intenzione di dare i rudimenti alla lettura e alla scrittura. Lei non si fermò a quello che era considerato sufficiente e passò anni nella biblioteca di famiglia a leggere di tutto (il padre era laureato ed era anche lui interessato alla poesia e alla narrativa), la famiglia Deledda era benestante, il padre era stato anche sindaco di Nuoro. Cominciò la sua carriera di scrittrice pubblicando racconti sulle riviste femminili di moda del tempo.

I romanzi più conosciuti sono proprio Canne al vento ed Elias Portolu.

In tutti gli scritti di Grazia Deledda l’uomo combatte con il suo destino in cerca di una vita di salvezza. I sentimenti fluiscono limpidi incontrollabili, come l’acqua di un fiume, quel che possiamo contrapporre sono sassi che si sgretola sotto la forza delle passioni, l’amore, l’odio, egoismo, l’avidità.

Quel che chiamiamo fortuna o sfortuna non è altro che cambiamento sociale cui non può resiste la storia individuale. Succede questo in Canne al vento, la famiglia Pintor continua a vivere con l’idea di un’aristocrazia ancorata a regole di rispetto sociale e compostezza, ma viene Travolta dall’arrivo del nuovo, il nipote nato dalla dissacrazione e dallo scandalo e quel che è rimasto degli ideali e delle risorse economiche della famiglia è dissipato come un inutile fardello, piegato e sradicato come una canna al vento.

Allo stesso modo finiscono la vita di Elias Portolu, perché non ha avuto abbastanza coraggio, rompendo le regole e seguendo i propri desideri. A rimanere sacrificato sarà il futuro, la speranza e la prospettiva, in altre parole suo figlio, che muore senza sapere chi l’ha generato.

Grazia Deledda ripropone in molti scritti, l’idea che solo Dio può avere uno sguardo dall’alto, chi è dentro la propria storia non vede dove la sua vita lo sta portando, si barrica in un limbo e viene travolto dagli eventi e dalle passioni umane. È quello che succede a Elias, s’inchioda al dovere sociale e familiare, cerca conforto e riparo nella fede solo per trovare scampo ai sensi di colpa, ma non sfugge alla verità dei suoi desideri. La vita di Elias resta sospesa per mancanza di coraggio e alla fine pagano tutti costi Altissimi.

Il corpo è la nostra espressione massima e spesso dice anche quello che il pensiero non ammette. È un viario senza scampo, che segue la sua direzione fino alla morte. Il pensiero può solo resistere, ma non cambiare direzione. A quella direzione Grazia Deledda da vari nomi: destino, demone, spirito maligno, forza oscura e così via.

Tutte queste definizioni combaciano con i limiti umani e quello sguardo d’insieme che il singolo non può avere sulla sua vita, per questo rimane travolto. Insomma secondo la scrittrice il controllo della nostra storia individuale è solo un’illusione, ma non possiamo ammetterlo. Sarebbe pietrificante se potessimo vedere quanti eventi il nostro pensiero non è stato capace di prevedere, quanti pezzi del mosaico si sono combinati per pura fatalità.

Vorrei chiudere ricordando la prima donna che ha ricevuto il Nobel: Marie Curie. Lo ricevette insieme al marito nel 1903, ma è anche l’unica ad aver avuto questo riconoscimento due volte e per due aree scientifiche diverse: fisica e chimica.

Rosa Montoro è nata a Sarno e vive a Cava de’ Tirreni, laureata in Sociologia lavora in un ente pubblico, è sposata e ha due figlie. Ha ricevuto vari premi per la poesia, nel 2017 ha pubblicato "La voce di mia madre", una raccolta di poesie inserita nel catalogo online “Il mio libro” – Gruppo editoriale Espresso. Per la narrativa è stata premiata nel 1997 per il racconto "Il cielo di Luigino" pubblicato nel testo collettaneo “Nuovi narratori campani” dell’editore Guida di Napoli. Lo stesso editore ha pubblicato nel 2000 il romanzo breve "Il silenzio della terra" premiato nel 2001 al Concorso Europeo di narrativa “Storie di Donne” FENAL circoli europei liberi, secondo premio. Infine, "Il Circolo degli illusi", edito da Oedipus - 2018.

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