NUTRIRE IL SÉ Il cibo crea dipendenza?

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Peso, Alimentazione, Corpo, Emozioni (PACE)

Gli alimenti possono creare dipendenza? In che termini siamo dipendenti dal cibo? Che cosa si intende oggi per dipendenza da cibo? Perché molti terapeuti e ricercatori considerano i disordini dell’alimentazione una forma di dipendenza? I risultati delle ricerche sembrano andare in questa direzione ma sono anche abbastanza contrastanti. Studiando le immagini del cervello si è osservata l’attivazione delle stesse aree cerebrali durante i craving di droghe e di cibo.

La ragione di tutto questo si chiama dopamina presente nel cosiddetto centro della ricompensa nel profondo del nostro cervello. E’ un neurotrasmettitore che funge da messaggero tra i neuroni determinando sensazione di benessere. Cosa produce dopamina? Droghe, sesso, cibo e attività fisica. Alcune situazioni ambientali di esposizione a cibi particolari determinano in molti individui una perdita di controllo che può far pensare ad una forma di dipendenza.

Mangiare è un comportamento indispensabile per la sopravvivenza e le modalità ed il ritmo ne determinano la qualità. In questi termini si è assolutamente “dipendenti” dal cibo e non è possibile farne a meno. Gli altri comportamenti di dipendenza però, come il consumo di droghe, alcool, nicotina, etc.  possono essere interrotti senza alcun impatto sulla sopravvivenza.

Per queste ultime sostanze quindi il termine dipendenza acquisisce un significato specifico che definisce una risposta tipica dell’organismo che si manifesta con  gravi sintomi fisici e psicologici che sono determinati dall’assuefazione e dalle crisi di astinenza verso la sostanza da cui si è dipendenti. Questi sintomi però non sembrano riguardare il rapporto con il cibo. Nella dipendenza da cibo non sembra esserci  né assuefazione né crisi di astinenza.

Come può essere allora spiegata la “dipendenza” da cioccolata, uno dei cibi più desiderati? Il cacao che ne è l’ingrediente fondamentale contiene sostanze stimolanti come la caffeina e la teobromina e che agiscono sull’umore come la feniletilamina. Sono questi principi attivi a determinare il desiderio incoercibile? Studi autorevoli sull’argomento sembrerebbero non confermare questa ipotesi, piuttosto sono il sapore dolce, l’energia fornita da zuccheri e grassi, il sapore quindi  ed i  significati attribuiti a questo alimento come cibo speciale, ipercalorico, che dà un piacere colpevole, appagante. Ciò determina nelle persone  un atteggiamento psicologico di tipo restrittivo che predispone poi  inevitabilmente al carving e ala perdita di controllo.

E’ la disponibilità o meno di cibo che  influenza, in massima parte il nostro comportamento, e scegliere cosa, quando, quanto mangiare risponde fondamentalmente ai ritmi biologici ed alla  nostre esigenze fisiologiche  ma significa anche elaborare un poco la nostra essenza. Basta osservare il nostro atteggiamento  a tavola in particolari occasioni o al cospetto di un buffet.

Ci muoviamo come animali in un documentario e ci esibiamo non consapevoli che in quei momenti si vede tutto. Ci sforziamo di mantenere un atteggiamento compassato e distaccato dal cibo ma in realtà diventiamo ansiosi, frenetici, e tendiamo inevitabilmente a mangiare di più e più velocemente. Quando abbiamo cibo a disposizione prevale il nostro istinto ancestrale  che ci predispone a fare scorta di calorie  in previsione di periodi di carestia. Siamo biologicamente e geneticamente programmati, in definitiva, per contrastare ed adattarci alla penuria di cibo non alla sua abbondanza!

Alla luce di queste considerazioni viene spontaneo chiedersi: come possiamo riuscire a controllare la spinta verso il cibo, o meglio ancora verso particolari cibi, dolci e grassi, se i geni, la memoria biologica, l’appetibilità e l’imprintig ricevuto nei primi anni di vita, ci spingono inevitabilmente verso il loro consumo? Come ripeto sempre alle persone che affrontano la dura battaglia per combattere il sovrappeso, il nostro organismo possiede una naturale e raffinata autoregolazione, per cui  non ha bisogno di mangiare più delle sue necessità.

Nella storia evolutiva dell’uomo tutte le risposte innate e apprese riguardo al cibo hanno costituito una strategia di adattamento al fabbisogno individuale di energia che mira sempre a mantenere l’organismo in equilibrio e in salute. Quello che è cambiato è che oggi abbiamo a disposizione, sempre, ovunque ed in qualsiasi momento, più calorie e nutrienti di quanto ci serve realmente.

L’impulso a mangiare non sembra più guidato dal fabbisogno energetico ma dal gusto e dai significati sovraordinati che attribuiamo al cibo stesso (piacere, trasgressione, controllo, moderazione, etc) ma in particolare anche dalla nostra difficoltà a riconoscere, modulare e gestire in modo funzionale le emozioni. Difendersi con la restrizione (dieta) rispetto a questa abbondanza peggiora la situazione, in quanto stimola il craving, cioè la voglia e la perdita di controllo per i cibi proibiti e alimenta l’eccesso nel  consumo di calorie e  l’ossessione per il cibo.

Il primo passo da intraprendere è ri-cominciare a ri-conoscere e rispettare  il nostro “orologio biologico” che regola ritmicamente le attività metaboliche dell’organismo, consapevoli che esiste ormai una chiara e provata correlazione fra ritmi fisiologici e benessere psicofisico. In definitiva riprendere  un nuovo, ma antico e fisiologico ritmo, per un’armonica cultura dell’esistenza!

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