LIBRI & LIBRI Serotonina di Michel Houellebecq

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“In Occidente nessuno sarà più felice… oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera, non se ne sono più presentate le condizioni storiche”

A chiunque di noi sarà capitato di prendere in mano un libro, sfogliarlo, leggerlo e, addirittura, ritrovare frammenti di vita vissuta oppure, almeno, immaginata. E quando questo accade, quando ci sta sta sintonia, strana ma reale, sembra quasi che quel libro, quella frase, sia stata scritta, come se il mondo si fermasse, solo per noi.

Significa che chi scrive e racconta ha colto, overament, nel segno perché ha saputo riprodurre e, più profondamente, interpretare il mondo che viviamo ogni giorno con i suoi interrogativi e percorsi troncati, come all’improvviso.

Non a caso, Michel Houellebecq è considerato uno dei più rilevanti autori del nostro tempo soprattutto per la capacità, tutta sua, di far riflettere sulle tante assurdità della nostra epoca ponendo domande, tra le righe, che vanno al nocciolo dell’esistenza umana.

Autore del visionario “Sottomissione”, scrittore, filosofo, poeta, Michel Huellebeq si interroga sul mondo che viviamo ogni giorno, sul tran pieno zeppo di cose da fare e sul vuoto, si quello proprio quello, che proviamo quando ci fermiamo un attimo e ci rendiamo conto che in realtà tutto sto pieno di cose da fare così pieno non è. Ma anzi è fatto anche di, semplice, banale, improvvisa e sorprendente infelicità.

Il suo ultimo lavoro, “Serotonina”, è la storia di un medio borghese, Florent-Claude Labrouste, che potrebbe vivere in una qualsiasi grande città, capitale, dell’Occidente come Parigi, per esempio, che, appena passata la quarantina, si trova pure senza volerlo a fare un bilancio della sua vita.

Ripercorre le sue storie e avventure di una notte e si rende conto che, pure lui, alla fine è stato felice.

Florent-Claude non ha problemi economici, anzi se la passa piuttosto bene essendo un burocrate di classe ha una bella rendita, ma ci sta qualche cosa che manca. Qualche pezzo che, alla fine, manca sempre.

Nel ripercorrere la sua carriera, il suo lavoro, i suoi successi e le contraddizioni del lavoro amministrativo sembra, per certi aspetti di rivivere Kafka che il suo lavoro amministrativo non lo sopportava tanto da ritrovarsi, dalla notte al giorno, trasformato in scarafaggio.

All’improvviso, Florent-Claude Labrouste decide, giustamente e chi cio fa fa, di troncare una storia d’amore che, a parole sue, “lo stava quasi per ammazzare” con Yuzu una giapponese di alto rango trapiantata a Parigi avvezza, e molto, alle relazioni “poli amorose”, per così dire.

E d’un tratto, da un momento all’altro, sparisce. Nel Nulla. Scompare da casa sua in cui conviveva, si fa il suo bagaglio e trasloca in un albergo, uno qualsiasi dello sterminato centre ville di Parigi.

Trascorre mesi a passeggiare per le strade del centro, pranzando sempre negli stessi punti senza fare quasi niente se non la spesa al supermercato, tratto caratteristico, forse autobiografico, di Huellebeq come a dire che ovunque tu vada, per sentirti sicuro e protetto, nella società attuale dominata dal consumo, devi stare vicino a un supermercato.

L’incontro con uno psicoterapeuta è un toccasana: grazie a un nuovo trovato, il Captorix, riesce a sopravvivere all’infelicità e al senso di vuoto con una pesantissima controindicazione: l’assenza, quasi totale, di desiderio sessuale.

Da solo mentre gira per Parigi ci fa rivivere i momenti delle sue storie d’amore: Kate la danese conosciuta all’Università e svanita chissà per quale motivo, Claire, l’attrice isterica svanita pure lei chissà perché e Camille, il vero e ultimo grande amore finito, anzi, fallito.

Sono le storie che ciascuno ha vissuto e, forse, vive e per cui ancora, pure a distanza di decenni si chiede, anche ridendo, il Perché della Fine.

Dopo un incontro di revival senza successo con la sua ex Camille, Florent-Claude decide di partire per andare a trovare, in campagna, un suo vecchio amico degli anni dell’Università, quando la felicità era ogni giorno a portata di mano.

Ma l’immagine della felicità che aveva di questo amico s’infrange quando lo vede, solo, la moglie lo ha abbandonato, a dover mandare avanti, lui nobile di stirpe, un’azienda agricola in fallimento.

Nottate passate a bere e a rivangare i vecchi tempi non servono a molto: dopo qualche tempo, e qui ci sta un richiamo forte ai gilet gialli perchè Huellebeq non ci fa mancare niente, si suicida nel corso di una protesta di agricoltori.

Che senso ha tutto questo?

Serotonina è un grande lavoro, come tutti quelli che lo hanno preceduto, perché assesta, come cazzotti, domande che non trovano risposte ma che anzi aprono finestre.

Alla fine Florent-Claude la felicità non la trova. Per niente.

Ma da tutto il romanzo traspare una verità, innegabile: la vita senza l’amore, nonostante i fallimenti che esso può portare, ha poco colore e calore. L’amore, alla fine, con la A maiuscola, fatto di corrispondenze e semplici momenti trascorsi insieme alla persona che, per un certo momento, rappresenta il mondo per noi, è, in estrema sintesi, l’antidoto più efficace all’infelicità che dilaga.

L’Occidente, come dice Huellebeq, forse ha perso la capacità di esser felice. Ha perso le condizioni storiche e culturali a causa di una continua corsa per una corrispondenza verso un ideale di perfezione tutto nostro che, come diceva pure Sartre, alla fine non viene mai data.

Quindi, alla fine, la domanda che, conclude il romanzo, pure Cristo si è fatta e che si staglia, come sabbia sul fondale è: Perché non continuare ad amare, nonostante i fallimenti e i giri a vuoto? Nonostante Tutto?

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