LIBRI & LIBRI “NA K14314”, il nuovo libro di Paolo Miggiano racconta il viaggio della Mehari di Giancarlo Siani

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NA K14314 – Le strade della Mehari di Giancarlo Siani è il titolo del nuovo volume di Paolo Miggiano, edito da Alessandro Polidoro. Il libro racconta il viaggio che la Citroen del giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985 fece da Napoli, a Roma, a Bruxelles e in altre città italiane portando con sé un carico prezioso: i temi della lotta alle mafie, della libertà di informazione e dei diritti delle vittime innocenti della criminalità.

Il viaggio inizia il 23 settembre 2013: l’auto riprende il percorso che Giancarlo avrebbe fatto da casa sua, l’Arenella, alla redazione de Il Mattino presso cui lavorava. L’autore trasmette la sensazione viva di guidare la macchina e l’emozione, quasi palpabile, di occupare il posto che appartenne a Siani.

La Mehari è la personificazione di Giancarlo. Non lo racconta solo il suo viaggio, ma le parole della narrazione che le donano vita, che la rendono protagonista silenziosa, ma palpitante della missione ha compiuto. Un’auto che neppure la mafia ha fermato. E’ un’affermazione che ridona speranza, come il verde di cui è dipinta. Le parole penetrano nel cuore, nei pensieri. Sono appassionate. Emozionano, spesso invitano a riflettere spronando le coscienze ad interrogarsi e ad agire. Creano immagini struggenti, forti, che si materializzano. Le immagini dei poliziotti che arrestano i latitanti, gli acchiappa-fantasmi: sognatori, indomiti e malinconici romantici.

Il linguaggio narrativo diviene poesia. Invisibili, ma preziosi servitori dello Stato, di quell’ideale di Patria, scomparso tristemente anche dai libri di scuola. Sono coloro che alla luce della ribalta, preferiscono la scia luminosa dei sogni, che fanno ardere lo spirito di verità e di ideali. I sognatori, i romantici, sono pronti a dare anche la vita per ciò in cui credono. Rappresentano quel sentimento vero che il genere umano ha rinchiuso fuori da sè, spesso senza rendersene conto. Giancarlo non era forse uno di loro? Delicata e toccante è la storia, di un altro sognatore indomito romantico: il Miggiano ragazzo, poliziotto, che ha calcato le vie di Roma, proteggendole anche di notte. Portando la divisa anche sull’anima.

Nei ricordi affonda la malinconia che diviene amarezza del tempo trascorso, scivolato veloce dalle mani, come granelli di sabbia. E nei ricordi, indelebile, riaffiora il volto di Giuseppe, giovane poliziotto, ucciso davanti alla sua amata, durante una rapina alla Posta, semplicemente perché come Giancarlo, non si è voltato dall’altra parte. Ecco che sulla Mehari, accanto a Siani, continuano a battere i cuori di altri sognatori. Possiamo quasi vederli, accarezzandone il ricordo: le vittime innocenti della mafia, i giornalisti uccisi. Coloro che, come Giancarlo, hanno fatto bene il loro mestiere, credendo nella verità e nella libertà di espressione.

L’autore spazia molto sulla figura di Siani, con rispetto e con amore. La narrazione è scrupolosa, ricca di emotività ed umanità. Sembra vederlo, questo ragazzo determinato e pulito, sembra quasi sentire il ticchettio dei tasti della sua Olivetti, mentre raccoglie le idee, snoda i ragionamenti. La sua età ritorna più volte nel testo. Ventisei anni. E’ un grido di dolore e rabbia insieme che riporta fortemente l’immagine di una vita strappata, di un diritto crudelmente defraudato. In queste poche lettere affiora un amaro interrogativo: “Perché?” di fronte ad un’ingiustizia tanto crudele ed imperdonabile.

La narrazione poi diventa cronaca sulla ricerca di verità nella vicenda giudiziaria di Siani, solo apparentemente conclusa. L’autore scandaglia ogni singolo elemento delle zone d’ombra rilevate con minuziosa esattezza citandone accuratamente le fonti. Infatti le 40 domande che pone, sono denunce immediate, dirette, determinate nei riguardi di chi non ha fatto il proprio dovere per far emergere la verità. Queste domande impongono doverose risposte. I diritti di cui è portavoce la Mehari alla fine non sono riconosciuti dallo Stato come meriterebbero. L’Italia è un Paese amaramente corrotto e vergognosamente scomposto: la narrazione è voce che urla, arrabbiata e addolorata, sarcastica e pungente per i diritti negati, per la legge che si prende gioco degli uomini, divenendo beffa, dove la vita di una persona è posta al pari di qualche migliaio di euro.

L’immagine che affiora è la più forte di tutte: quella del sangue delle vittime. Rosso. Forse, considerato dallo Stato italiano, crudelmente, un rosso sbiadito. La Mehari è un’auto fragile, talvolta, torna ferita, ma indomita, resiste nel suo cammino. Il suo passaggio non lascia mai indifferenti. Le parole attente del narratore ci restituiscono altre immagini, vivide, toccanti: l’entusiasmo delle giovani scolaresche, la commozione negli occhi di una giornalista e il dono gentile di una rosa.

L’autore penetra anche nella profondità del cuore umano. Si affida ai ricordi di coloro che hanno conosciuto Giancarlo, come Antonella Palmieri e Antonio Irlando. È solo un attimo, un battito di ciglia. I loro racconti ci portano indietro nel tempo, hanno un sapore surreale e doloroso insieme: ecco il ragazzo della Mehari, con il suo sorriso, la sua innata disponibilità, l’aria scanzonata dei suoi anni. Un ragazzo semplice, perbene, che voleva solo fare il giornalista e certamente non voleva proprio essere un eroe.

La Mehari incarna, soprattutto, le sue idee che, grazie ad essa, hanno percorso il Paese. Se il seme che è stato gettato diverrà fiore, anche il giovane della Mehari continuerà a vivere. La sua auto, quindi, oltre ad essere simbolo di legalità, diviene anche simbolo di vita. Una vita che non si piega dinanzi a nessun compromesso, che lotta fermamente affinché la verità e la giustizia possano abitare questa meravigliosa, ma corrotta nazione.

Una vita che diviene tante, mille vite se il messaggio della Mehari e l’esempio di Giancarlo verranno accolti. Allora, l’autore, con la delicatezza con cui ha saputo raccontare gli spazi dell’anima umana, sembra donare, simbolicamente, una carezza di commiato tra i capelli del ragazzo della Mehari, non compassionevole, ma affettuosa e paterna. Ha guidato la sua auto con amore e premura, consapevole della missione che gli era stata affidata, ha sentito attraverso quell’auto palpitare ancora il cuore di Giancarlo.

Sa bene, quindi, che il viaggio non può e non deve finire, lasciando ad altri il compito di continuare. Perché l’importante è che chi metterà le mani su questo sterzo, le metta con la consapevolezza di far camminare un messaggio, la passione di un’idea. Un’idea di libertà.

di Tiziana Muselli

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