CINEMA Il Sindaco del Rione Sanità

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L’ultimo film di Mario Martone, presentato da poche settimane alla 76^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il premio del Leoncino d’oro 2019, è l’ultima opera cinematografica di questo giovane ma importante regista partenopeo, che ha firmato altri film di spessore come Morte di un matematico napoletano (1992), L’amore molesto (1995), Noi credevamo (2010), Il giovane favoloso – Leopardi (2014), Capri-Revolution (2018).

Preliminarmente c’è da precisare che “Il Sindaco del rione Sanita’ ”, applauditissimo dal pubblico e ben recensito dai critici, è un dramma di Eduardo De Filippo scritto nel 1960, quindi circa sessant’anni addietro, ispirata da un personaggio preso dalla vita reale, come lo stesso autore a suo tempo ebbe a dichiarare: «Si chiamava Campoluongo. Era un pezzo d’uomo bruno. Teneva il quartiere in ordine. Venivano da lui a chiedere pareri su come si dovevano comporre vertenze nel rione Sanità. E lui andava. Una volta ebbe una lite con Martino ‘u Camparo, e questo gli mangiò il naso. Questi Campoluongo non facevano la camorra, vivevano del loro mestiere, erano mobilieri. Veniva sempre a tutte le prime in camerino. “Disturbo?” chiedeva. Si metteva seduto, sempre con la mano sul bastone. “Volete ‘na tazza ‘e cafè?”. Lui rispondeva “Volentieri”. Poi se ne andava».

Per un dramma scritto sessant’anni fa, fedelmente filmato dal regista Martone, si nota una modernità impressionante in quanto, leggendo il copione originale, si scopre che Eduardo, con sessant’anni di anticipo, aveva scritto un testo che sembra scritto oggi, aveva disegnato personaggi che sembrano nostri contemporanei, li aveva fatti parlare con un linguaggio attualissimo; insomma, chi non conosce il testo di Eduardo, stenta a credere che il regista Martone non l’abbia modernizzato, cosa limitata solo alla sceneggiatura e all’abbigliamento dei personaggi che rimangono però fedeli a quelli disegnati da Eduardo De Filippo.

Quest’anno è stato molto prolifico per la filmografia partenopea in quanto solo a Venezia sono stati presentati due film, quello di Mario Martone, e l’altro, che pure ha riscosso il successo di pubblico e di critica, “5 è il numero perfetto” di Igort, con Toni Servillo, Valeria Golino e Carlo Buccirosso, recensito il 28 settembre scorso; segno che anche il bistrattato meridione, e in particolare Napoli, è ancora, anche culturalmente, al centro dell’attenzione.

Il Sindaco del rione Sanità parla di una camorra non camorra, intesa come un sistema, sessant’anni fa molto diffuso, vale a dire l’elemento di riferimento al quale il popolino si rivolgeva per dirimere, in maniera veloce e poco costosa: in presenza di un sopruso, di una vessazione, di una ingiustizia, piuttosto che avviare un giudizio, mettere un avvocato, impegolarsi in anni di udienze, in varie fasi di processo, e giungere dopo anni a un risultato spesso controverso o addirittura ingiusto, preferiva rivolgersi al “Sindaco” per avere giustizia velocemente e senza appello; il verdetto del “Sindaco” era infatti inappellabile, il popolo lo sapeva ed lo accettava, e se qualche verdetto era contestabile, chi si sentiva danneggiato poteva benissimo comportarsi in maniera contraria, senza per questo subire vendetta o soprusi da chi lo aveva emesso.

Talvolta le decisioni del “Sindaco” potevano apparire incomprensibili, ma in taluni casi le vicende successive facevano comprendere che la originaria incomprensibilità mostrava poi un equilibrio e una ragionevolezza che le prime reazioni avevano messo in dubbio.

E nel film di Mario Martone questo concetto viene espresso chiaramente, particolarmente nell’episodio che vede protagonista il giovane Rafiluccio, diseredato dal padre, panettiere Arturo Santaniello, che lo considera svogliato e senza senso del dovere e della responsabilità, e per questo motivo lo caccia di casa e non vuole sapere più nulla di lui; la situazione degenera al punto che il giovane decide di ammazzare il genitore, e chiede il consiglio, o per meglio dire, l’autorizzazione del Sindaco del rione, Antonio Barracano, il quale non riesce a dirimere il contrasto insanabile tra i due, che rappresentano due mondi, due modi di concepire la vita, ma se ne fa carico al punto di intervenire di persona, come se fosse un affare personale o della sua famiglia, ma anche perché l’orgoglio di essere un “Sindaco” non ascoltato lo colpisce in profondità come se da tale insuccesso dipendesse il suo prestigio futuro.

A tal proposito è opportuno chiarire che il popolo del rione dominato da un “Sindaco” aveva il dovere, prima di compiere una azione eclatante, di chiedere la sua autorizzazione, ed è per questo che Rafiluccio va da Antonio Barracano, il quale, però gli nega il consenso.

E Barracano per questa vicenda ci rimetterà la vita, non prima, però, di aver risolto il problema col suo intervento personale che riabiliterà il padre inasprito contro il figlio e quest’ultimo che si riconcilierà col padre.

Ma non deve essere frainteso il ruolo del Capoquartiere come quello di un giusto ad ogni costo, di un santo protettore dei cittadini, di una specie di Robin Hood che toglie ai ricchi per dare ai poveri, tutt’altro. Il Boss del quartiere impone le sue regole non per il bene degli abitanti, ma per tutelare una pace nel microcosmo che si è auto-affidato perché’ da questa pace trae il suo giovamento per I traffici non sempre leciti che egli guida.

Emblematico, proprio per illustrare questo aspetto, l’episodio iniziale dei due bulletti amici che si sparano tra loro per scherzo, e quando uno di essi viene dall’altro ferito alla gamba, provvede egli stesso ad accompagnarlo nella villa del “Sindaco” per fargli estrarre la pallottola da parte del “Dottore”, un medico tuttofare al servizio del boss. E quando Barracano interviene non è per rimproverarli di essersi tra loro sparati, ma per averlo fatto senza il suo consenso. Questo spiega la psicologia del Sindaco che non educa, ma impera su una realtà che, pure se degradata, non fa nulla per cambiare e non ha interesse a farlo.

Qualcuno potrebbe interpretare la morale del film come una critica nei confronti della legge, della giustizia, come tanto spesso tutti lamentiamo, ma Antonio Barracano va al di là di questa interpretazione, a suo parere semplicistica; egli ha ben chiaro il senso della giustizia, e non è nemico della legge poiché, come dice, “La legge è fatta bene, sono gli uomini che si mangiano fra di loro”, intendendo per gli uomini non solo i soggetti di una contesa, ma tutto l’apparato sociale e giudiziario spesso in ostaggio degli uomini che lo rappresentano.

Nulla da dire sugli interpreti, molti dei quali sconosciuti al pubblico, a cominciare proprio dal nevrotico “Sindaco” Barracano, bene interpretato dal giovane Francesco Di Leva; più noto al pubblico Massimiliano Gallo (conosciuto per avere interpretato il ruolo del Commissario nella serie televisiva “I bastardi di Pizzofalcone, tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni) nel ruolo del panettiere Arturo Santaniello, in contrasto col figlio Rafiluccio, interpretato da un intenso ma sconosciuto Salvatore Presutto.

Personalmente avrei preferito che la parte di Antonio Barracano fosse stata affidata proprio a Massimiliano Gallo per la maggiore età e maturità che mostra, ma è una opinione personale che non incide sulla qualità del film, che consiglio di vedere.

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