2015 tra il finto nuovo e giovani non rassegnati

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L’anno che è appena andato via è stato anch’esso caratterizzato da tristi vicende di malaffare; due, tra essi, hanno primeggiato in senso assoluto, tre ‘bubboni’ ancora completamente da estirpare: il Mose veneto, l’Expo milanese e Mafia capitale. Anche per il 2014 iI tanto decantato Belpaese ha subito un processo di devastante imbarbarimento politico-amministrativo che lo ha reso una zona franca, una terra di nessuno dove pullulano mestatori della peg­gior specie: amministratori come sciacalli sempre pronti alla razzia, politici ciarlatani vanitosi, cortigiani ossequiosi per solo spirito di parte.

In una situazione di cosi diffuso degrado civico, dove tutto resta inchiodato all’inerzia e alla immobilità e il finto nuovo –per quanto giovane esso appaia- si presenta come un destino immarcescibile, si restringono inevitabilmente tutti i margini di ma­novra per richiedere e più ancora attuare un inderogabile rinnova­mento anche perché lo smantellamento dello spirito critico ha anestetizzato le coscienze determinando un pericoloso stato di omologazione intellettuale e standardizzazione dei comportamenti.

Per uscire da questo vicolo cieco e alimentare un lume di speran­za, occorrerà che i giovani non rassegnati -né “perduti”- diventino dei veri e propri combattenti e si fac­ciano portatori di un autentico, contagioso risveglio culturale in grado di innestare cioè un’inversione di rotta non effimera, dando altresì forza e sostanza ai propri ideali e valorizzando senza timori le proprie aspirazioni ad un futuro diverso.

Questa riflessione è idealmente dedicata -e non per caso agli esordi del Nuovo Anno- a quella parte di umanità che malgrado tutto non intende rasse­gnarsi; con i tempi che corrono e con tutto ciò che quotidia­namente accade, questa tipologia di ostinati assertori di un sereno e corretto vivere civile va progressivamente assottiglian­dosi, nel senso che alla fine come su un ring dove la lotta è di­ventata impari o truccata, si lancia la spugna dell’abbandono. Tuttavia, proprio in questi momenti -è accaduto altre volte- ca­pita anche di vedere un sussulto di inattesa dignità, di ritrovata energia, di virtuosa operosità e opposizione alla resa, come se anche dagli antri più nascosti venissero fuori inaspettata­mente volti e voci a reclamare una inversione di rotta, quasi a pretendere di riaprire i giochi per una nuova e più leale partita.

Questo “pubblico” che si è stancato delle fiction e dei reality, dei quiz fasulli, dei telegiornali ammaestrati, che non crede agli imbonitori di scuderia e che cerca di farsi un’idea “in pro­prio” su quello che accade e su come va il mondo, finisce per fare squadra con quell’altro gruppetto che un po’ più consa­pevolmente si batte per il ripristino di una civilta del”honeste vivere“.

Costoro sono ovviamente da ravvisarsi in quanti cer­cano di far passare un’idea non addomesticata attraverso i giornali, le reti telematiche, le aule scolastiche e perfino in televisione, scrivono ancora libri leggibili nella forma e nei contenuti o fanno film e documentari, realizzano studi e ri­cerche magari nei sottoscala di qualche ateneo ma apprezzati e valutati altrove o ancora più semplicemente continuano a fare i pendolari e i precari pur di mandare avanti la barca (propria e quella della comunità).

Non so se sia questo -o solo questo- il paese reale, ma è certo che questa fetta di umanità che non si contenta ma neppure si arrende o rassegna, costi­tuisce il serbatoio di energie piu vitale ed apprezzabile su cui un paese può far leva per il proprio futuro. Anche nel nostro Paese. Ed è auspicabile che prima o poi qualcosa debba e possa cambiare. Lo impone una elementare saggezza ma piu ancora ce lo ricorda la grande Storia.

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Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Milano, 1982), Trecento anni di jazz (Milano, 1986), Jazz moderno (Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (Napoli, 1999), Il popolo del samba (Roma, 2005), Ragtime, Jazz & dintorni (Milano, 2007), prefato da Amiri Baraka, Una storia sociale del jazz (Milano 2014), prefato da Zygmunt Bauman, Saudade Bossa Nova (Firenze, 2017). Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989) edita in Italia e in Europa. Ha scritto monografie: due su Frank Sinatra (Venezia, 1991) e The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Roma, 2011), e su Vinicio Capossela (Milano, 1993), Francesco Guccini (Milano, 1993), Louis Armstrong (Napoli, 1997), un paio di questi col contributo amichevole di Renzo Arbore e Gianni Minà. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo, ed è risultato tra i finalisti del Premio letterario Calvino per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (Npoli, 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Napoli, 2013), il romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Terracina, 2014), che gli è valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014, e un e-book dal titolo Ballata e morte di un gatto da strada (Amazon, 2015), un romanzo storico sulla figura di Malcolm X, prefato da Claudio Gorlier, con postfazione di Walter Mauro, e supervisionato da Roberto Giammanco. È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime e il suo sito è www.gildodestefano.it.

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