Voto Quirinale, si gioca per una tripla partita

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Con la convocazione della seduta comune delle due Camere del Parlamento e dei delegati regionali scatta il cronoprogramma per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

A partire dal 24 gennaio si vota nell’aula di Montecitorio, le cui operazioni saranno condizionate dalla circolazione del Covid 19 e relative varianti, sia per prevenire contagi che per prevedibili assenze dei grandi elettori in eventuale stato di quarantena. Perché, non essendo previsto il voto da remoto, le assenze potranno avere un peso determinante, a seconda che l’epidemia sia più o meno estesa nei ranghi di uno schieramento piuttosto che di un altro.

Al momento, sia il centrodestra che il centrosinistra non hanno la disponibilità dei 505 consensi necessari per fare prevalere le rispettive candidature dalla quarta votazione in poi. Entrambi hanno bisogno di apporti esterni, a meno  che non si raggiunga nelle prime tre votazioni una convergenza su un nome capace di riscuotere 672 consensi (i due terzi dell’Assemblea).

Un traguardo, quest’ultimo, impensabile, perdurando veti incrociati sui candidati finora più quotati nelle cronache dei media: uno è Silvio Berlusconi, nei cui confronti si sollevano riserve di ordine ideologico, nonostante sia accreditato dal centrodestra che può contare sul pacchetto più numeroso di elettori; l’altro è Mario Draghi sulla cui ascesa al Colle si manifestano valutazioni di opportunità per la sua permanenza a Palazzo Chigi, ma anche sentimenti di revanscismo parlamentaristico dei partiti nei confronti del tecnocrate.

Si può dire, come nel gioco del poker, che nessuno abbia la certezza di avere in mano la combinazione vincente. Sfuggendo dalla volontà finora auspicata dai leader, la partita è prevedibile che la giochino i loro sherpa nei corridoi di Palazzo Montecitorio nell’opera di convinzione dei riottosi rispetto agli accordi di vertice e di conquista di consensi tra coloro che sono liberi da vincoli di gruppo; per molti dei quali conta la garanzia della durata della legislatura fino alla scadenza naturale e per alcuni la promessa di gratificazioni in futuri incarichi di potere o sottopotere.

Insomma, al di là del leale rispetto del mandato ricevuto da ciascuno di essi, si profilano più contrattazioni che convinzioni per la designazione della più alta magistratura dello Stato.

Paventarne l’eventualità non vuole essere una manifestazione irriguardosa verso la massima espressione di rappresentanza politica del Paese. Piuttosto, è la constatazione della ricaduta di una legislatura nata all’insegna di un esasperato populismo contrabbandato come liberazione dalle “caste”, vissuta con travaglio sul piano della coerenza politica e tramortita da una pandemia sanitaria con forti riflessi sociali ed economici.

Per la relativa ricostruzione non servono i soliti slogan sul riformismo auspicato e non praticato o sull’europeismo dei burocrati idealizzato come argine al sovranismo, ma consapevolezza per l’assunzione di future responsabilità compendiabili nell’appello  al senso di solidarietà e di unità nazionale auspicato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso di commiato.

La posta in gioco è di portata storica.

E non ha precedenti nella storia repubblicana, perché mai come in questa tornata si è votato per il Quirinale con congiunte preoccupazioni per le sorti dell’inquilino di Palazzo Chigi e per la stessa sopravvivenza della legislatura.

Sul punto si capisce il surplace dei partiti che hanno rimandato a metà gennaio la convocazione dei loro vertici, un po’ meno le esibizioni di loro esponenti, più o meno titolati, vocate ad issare steccati o ad assegnare patenti di compatibilità etica o democratica, a prescindere dalla legittimazione conferita dal voto parlamentare.

Non ci resta che sperare nel detto napoletano “a bbarca  storta, ‘o puorto deritto”.

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