Verso il voto, con legge elettorale che promette “ammuina”

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foto tratta dal profilo Fb

Si va a votare con una legge elettorale che non assicura la governabilità. Concepita ibrida, con punte di autoritarismo è anche ingannevole, perché miscela maggioritario e proporzionale e conferisce ai segretari dei partiti contraenti di ciascun “cartello” elettorale la facoltà della distribuzione ex ante dei seggi uninominali conquistabili e di predisporre la graduatoria degli eleggibili nelle liste del proporzionale. Perciò, è ingannevole non rispettando la genuinità del voto che esprimerebbe l’elettore con libera facoltà di scelta.

Su questo schema il Segretario del PD, Enrico Letta, ha promosso un “cartello”  non per governare, per sua stessa affermazione, ma per impedire al centrodestra di conseguire un numero di seggi in Parlamento sufficiente per attivare le procedure per la riforma costituzionale.

Il che lascia intendere che non sia in cima ai suoi pensieri avviare la prossima legislatura con un’idea di Governo, basando la sua strategia sulla somma aritmetica di sigle senza badare alle compatibilità algebriche tra portatori di culture ed  interessi sociali diversi.

Era partito con l’idea di dare vita ad un “campo largo” inclusivo di forze rappresentative della cosiddetta area progressista, la cui prima tappa è stato il patto PD/Azione/+Europa. La seconda percorsa dal leader del PD è stato un suo atto separato di inclusione di SInistra Italiana e Verdi in una ipotesi di dimensione più vasta ribattezzata sotto forma di “Fronte repubblicano”.

Ad essa ha fatto seguito la dissociazione del leader di Azione, Carlo Calenda,  contestando una sorta di stravolgimento delle linee programmatiche di Governo da lui sottoscritte perché rese risibili per la presenza  nella nuova alleanza di SI e Verdi che, viceversa, ne negano essenza (la cosiddetta Agenda Draghi) e praticabilità.

Questa ricostruzione, oggettivamente, rende il senso di una politica disarmata che si rifugia, per carenze di idee, in calcoli stimati esclusivamente sull’evento elettorale.

Come dire che finora si è fatto, attingendo dalla semantica partenopea, “na mesca Francesca” fino a che non “se so’ rotte ‘e ‘ggiarritelle”: conclusione prevedibile in assenza di un comune pensiero di Governo.

Sul punto, per una legislatura che dovrebbe durare cinque anni appare riduttiva, rispetto ai problemi reali e vissuti nella quotidianità, l’enfasi di pericoli ed attentati alla democrazia paventati in relazione alle proposte di riforma della Costituzione che, per quanto possa definirsi la “più bella del mondo”, qualche ruga l’ha sfiorata più per gli affanni patiti che per il tempo, nonostante i suoi 74 anni.

Come tutte le riforme costituzionali, anch’essa dovrà passare attraverso il consenso dei due terzi di ciascuna delle due Camere del Parlamento: improbabile che si possa raggiungere con il solo concorso della destra o delle destre, che dir si voglia. E poi c’è il secondo tempo del referendum per confermarla o bocciarla.

E questo è un altro dei lati della bellezza della nostra Costituzione, che spesso non piace alle élite insediate nei Palazzi. Perciò, è legittimo interrogarsi se il citato “Fronte repubblicano” abbia come ragione sociale un patto elettorale destinato anche a fare politica nel contesto uscito dalle urne o a sciogliersi in “ammuina” parlamentare.

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