Verso il voto, ballano narcisi, transfughi e denigratori

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foto Angelo Tortorella

Il prossimo Parlamento riuscirà a recuperare il primato della politica? Domanda legittima dopo due legislature con Governi guidati da Premier altrove prescelti e dal Parlamento chiamato a ratificarne l’investitura.

L’ultima esperienza, quella condotta da Mario Draghi, si è esaurita in maniera convulsa ed anomala rispetto alla prassi di una democrazia  parlamentare, avendo egli rimesso il mandato senza alcun voto di sfiducia, ma per la sottrazione di tre forze politiche dal cartello della maggioranza costituita.

Era stato chiamato a Palazzo Chigi per sbloccare una condizione di impasse politico-parlamentare ed affrontare una situazione di crisi sanitaria, offrendo garanzie di autorevolezza nei confronti dell’establishment delle cancellerie e del mondo bancario.

Si tratta di uno dei casi in cui “non è chiaro se la democrazia stia chiedendo aiuto alle istituzioni finanziarie o se le istituzioni finanziarie abbiano messo la democrazia in un angolo”.

Il dilemma lo ha posto, a proposito della vicenda Draghi, sul New York Time l’opinionista Christopher Caldwell. Il dubbio non sembra avere avuto eco nelle testate italiane legate al mondo dell’alta finanza che, viceversa, intravedono rischi per la democrazia nella presenza di forze politiche italiane, schierate nel centrodestra, qualora il corpo elettorale dovesse conferire loro il mandato per governare il Paese.

E c’è anche chi si attarda a demonizzare  Giorgia Meloni e la leadership di FdI, fino a rivendicarne “il diritto” esplicitato dal Direttore del “Domani”, a prescindere dalla deontologia di chi esercita la professione giornalistica. Se ne capiscono gli interessi aziendali da difendere, ma non in nome della democrazia.

Non si comprende, viceversa, l’insipienza di chi, dall’altro campo, ne mutua il linguaggio e ne segue le orme, intellettualmente barbare, non tenendo conto del pericolo incombente che la finanza possa espropriare alla politica l’esercizio dei poteri democratici che la Costituzione affida ai partiti delegati e legittimati dalla volontà popolare.

Sul punto si intravede il tentativo di fuorviare ed inquinare il confronto politico su richiami al fascismo e su varianti contra personam. Se ne coglie una sorta  di fiera delle maldicenze e delle insipienze offerta dai media in cui fanno notizia i narcisismi di chi (duetto Calenda/Letta) pone o offre condizioni per eventuali alleanze, la collocazione dei transfughi e le posture funzionali alla denigrazione.

Non è un buon viatico per dare vita alla prossima legislatura, perché portandosi appresso le tossine della precedente dovrà barcamenarsi tra nuove forme di populismi, legittimati da risposte non date, o appendersi alla disponibilità di un altro “Draghi” o al bis dell’originale. Ancora una volta la politica, vittima della fragilità dei partiti, si lascerà commissariare da altri poteri.

Finché i politici non prenderanno atto della necessità di aggiornare la forma di Repubblica nella Carta costituzionale, questione dibattuta da oltre un quarantennio, al di là del terrorismo ideologico posto in essere per non cambiare nulla, rimarranno nella dimensione di politicanti, “i quali – secondo il giornalista e saggista statunitense Enry Louis Menchen – se avessero come elettori dei cannibali, prometterebbero loro missionari per cena”.

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