Verso il voto, astensioni  e dossier dimezzano la democrazia rappresentativa

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Ad una settimana e mezza dal voto, rimane l’incognita dell’astensionismo.

Riguarda, soprattutto, come più volte rilevato da istituti di ricerche demoscopiche, i comportamenti delle fasce giovanili e degli elettori delle aree meridionali.

Nel primo caso, di solito, se ne attribuiscono le motivazioni ad una sorta di disincanto rispetto al richiamo delle offerte prodotte dalla politica in termini di soddisfazione di aspettative culturali, economiche e sociali  in sintonia con i bisogni del tempo.

Ad esse, nelle Regioni meridionali, si sommano ataviche diffidenze verso le istituzioni pubbliche e nei confronti delle attitudini al trasformismo praticato nell’ultimo trentennio dagli eletti in Parlamento. Infatti, ci sarà pure un motivo perché le scelte di disertare le urne abbiano avuto un andamento crescente in parallelo alla caduta delle capacità di orientamento e di aggregazione dei partiti costruiti su ideali, valori e programmi di Governo.

Perciò, non può essere archiviata come una semplice coincidenza temporale se, con la riduzione dei loro organi collegiali in oligarchie personali, abbiano preso il sopravvento, in maniera simmetrica, populismi ed élite di potere, sia politico che tecnocratico, le cui pressioni hanno condizionato la vita e l’opera delle due ultime legislature: sei Governi in dieci anni, ognuno dei quali espressione di maggioranze diverse, contraddittorie per cultura politica ed incoerenti rispetto agli impegni assunti con gli elettori.

Se ne possono riscontrare motivazioni e risentimenti in coloro che nutrono pensieri sulla inutilità del voto dato in un senso e travisato o barattato, nei Palazzi, su altre lunghezze d’onda. Il recupero alla lealtà dei rapporti è impegnativo per tutti i competitori non tanto per conquistare pedine da manovrare o fiche da scambiare a risultato acquisito, quanto per ripristinare identità e regole di una normale democrazia parlamentare, senza trucchi emergenziali o artifizi istituzionali che ne snaturano la genesi espressa dalla volontà popolare.

Sul punto, scandagliando nel linguaggio dei protagonisti di prima e seconda fila, non è facile azzeccare il senso del voto utile soprattutto per gli indecisi e per i “veterani” dell’astensionismo e raccapezzarsi nello stato confusionale di chi ha deciso di allearsi per raccogliere voti e non per governare insieme (dalle dichiarazioni di Letta e Fratoianni) o di chi (duo Calenda/Renzi) punta su un quoziente appena sufficiente per potere assumere il ruolo di ago della bilancia nella determinazione di una nuova esperienza Draghi, ed ancora di chi, a prescindere dal risultato che uscirà dalle urne, prefigura una sorta di nuova resistenza contro la destra che dovrà “sputare sangue”: parole di Michele Emiliano, Governatore della Regione Puglia, applaudito ed abbracciato dal Segretario del suo partito: Enrico Letta.

E con questi che, inceppatosi sul cosiddetto “largo campo” non riuscito con il M5S di Giuseppe Conte, ne contende, come una sorta di singolar tenzone,  i consensi nel Mezzogiorno. In questa panoramica non mancano ambiguità pure nella coalizione del centrodestra sia di natura programmatica, soprattutto su fisco e tenuta dei conti pubblici, sia sull’accesso di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, aperto e non scontato, anche in presenza di un primato elettorale di FdI.

Con questo contesto parolaio ma  realistico, al di là delle percentuali non riferibili per il silenzio pre elettorale, il risultato sondato costantemente prossimo al 40% riguarda il numero di elettori indecisi o che non intendono recarsi alle urne. Ne viene fuori il quadro di una futura rappresentanza dimezzata e per di più avvelenata da dossier delegittimanti, altrove confezionati.

In tre parole si dice “crisi di sistema” di una democrazia parlamentare asfittica, a sovranità limitata ed aperta alle incursioni di poteri extra politici.

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